QUANTO DESIDERI LA BENEDIZIONE DI DIO?

SERMONE PREDICATO NELLA CHIESA EVANGELICA

A.D.I DI ASTI (VIA MONTI, 96) IL 2 AGOSTO 2011

GIOSUÈ 14:6-14

QUANTO DESIDERI LA BENEDIZIONE DI DIO?

Prima che parte del territorio conquistato nella terra promessa fosse assegnato a sorte alla tribù di Giuda, l’ottantacinquenne Caleb si fece avanti e rivendicò una promessa che Mosè gli aveva fatto ben quarantacinque anni prima (cfr. Deuteronomio 1:36). Quanti di noi avrebbero fatto lo stesso? Il fulgido esempio di Caleb non solo ci mostra con quale intensità bisogna desiderare l’adempimento delle promesse divine nella propria vita, ma ci insegna anche quali sono le condizioni indispensabili per realizzarle.

UNA FEDE CERTA

Caleb ricordò al suo vecchio compagno Giosuè, il giorno indimenticabile nel quale soltanto loro, delle dodici spie mandate da Mosè ad esplorare la terra promessa, avevano sostenuto che la conquista era possibile: “Saliamo… perché possiamo riuscirci benissimo” (Numeri 13:30). Dimostrò di possedere un’attitudine diversa dalle altre spie e non si lasciò contagiare dalla paura e dall’incredulità, non si unì al coro di quanti dicevano: “Noi non siamo capaci di salire contro questo popolo” (Numeri 13:31). Fu per quella scelta coraggiosa che Dio decise di benedirlo particolarmente. Caleb non minimizzò i problemi costituiti dai giganti e dalle città fortificate, ritenne semplicemente Dio più forte. Al contrario, l’incredulità dei suoi compagni finì per ingigantire i problemi e sminuire Dio. L’incredulità aveva fatto dimenticare loro le vittorie che Dio aveva già concesso. Avevano già dimenticato che Dio aveva aperto il mare davanti a loro? Che le acque avevano inghiottito l’esercito egiziano? Che aveva fatto sgorgare acqua dalla roccia per dissetarli? Che li aveva liberati dalla mano degli Amalechiti? Che aveva aperto il Giordano per farli entrare nella terra promessa? Che aveva abbattuto le mura di Gerico? Caleb, certo delle sue convinzioni, è un bellissimo esempio di fede, quella fede che è “…certezza di cose che si sperano…” (Ebrei 11:1). Se oggi il Signore dicesse a noi: “Vi sia fatto secondo la vostra fede” (Matteo 9:29), che cosa realizzeremmo?

UNA FERMA COSTANZA

“…la prova della vostra fede produce costanza” (cfr. Giacomo 1:3). La fede non preservò Caleb da quarant’anni di deserto, tuttavia tutti quegli anni non lo fiaccarono e non appena il momento fu propizio, egli si presentò a rivendicare l’eredità promessagli: “Dammi dunque questo monte del quale il Signore parlò quel giorno…” (Giosuè 14:12). Durante tutti quegli anni Dio l’aveva mantenuto in vita, un tempo lungo nel quale non perse mai di vista la sua eredità e imparò il valore della costanza: “Infatti avete bisogno di costanza, affinché, fatta la volontà di Dio, otteniate quello che vi è stato promesso…” (Ebrei 10:36). “Ecco, noi definiamo felici quelli che hanno sofferto pazientemente. Avete udito parlare della costanza di Giobbe, e conoscete la sorte finale che gli riserbò il Signore…” (Giacomo 5:11). Quarantacinque anni di attesa per il compimento di una promessa sono un periodo lunghissimo, soprattutto se per colpa di altri, ma Caleb aspettò pazientemente. Ogni volta che il cammino nel deserto si faceva duro, ricordava il monte sul quale aveva camminato nell’esplorazione della terra promessa e confidava che Dio gliel’avrebbe dato un giorno. Qual era l’alternativa? Diventare un credente insoddisfatto, capace solo di rimpiangere quel che non aveva ancora avuto. Sebbene in quarant’anni sono molte le occasioni di scoraggiamento, Caleb non si lasciò vincere, guardò sempre al futuro con occhi pieni di fede per non perdere di vista la Sua eredità.

UN DIVERSO SPIRITO

Nel libro dei Numeri Dio rende testimonianza a Caleb con queste parole: “Il mio servo Caleb è stato animato da un altro spirito” (Numeri 14:24). Qual era questo spirito? Lo stesso che deve animare ogni credente, lo Spirito di Dio. Egli vuole donare a tutti quelli che credono una “fede certa” capace di guardare al futuro con “ferma costanza”. Ogni volta che attraversando il deserto della vita ci sentiremo stanchi, saremo colti da un’improvvisa tempesta che ci farà temere il peggio, lo Spirito di Dio ci sosterrà e non ci farà perdere di vista le promesse divine. “…egli vi dia, secondo le ricchezze della sua gloria, di essere potentemente fortificati, mediante lo Spirito suo, nell’uomo interiore” (Ef. 3:16). A ottantacinque anni Caleb avrebbe potuto chiedere un posto tranquillo dove trascorrere gli ultimi anni della sua vita, domandò invece che gli venisse assegnato lo stesso territorio che aveva tanto spaventato le dieci spie quarant’anni prima. Era pronto ad intraprendere una nuova sfida contro gli Anachim e le grandi città fortificate. Lo Spirito che lo animava era decisamente diverso da quello degli efraimiti che si presentarono per reclamare un territorio più vasto per la loro grande tribù. Giosuè riconobbe che la loro richiesta era legittima, ma rispose semplicemente che se volevano più terra dovevano solo conquistarla: “Se siete un popolo numeroso, salite alla foresta e dissodatela… dato che la regione montuosa d’Efraim è troppo esigua per voi” (17:15). Possedere è bello, lottare lo è meno. Se desideri progredire nell’immenso territorio delle benedizioni di Dio, allora impugna le armi della fede e combatti. Il Signore ti ha messo davanti “le benedizioni del paese” ed è pronto ad equipaggiarti con il Suo Spirito perché te ne impossessi e ne godi. by Vincenzo Martucci

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CON QUALE SPIRITO?

SERMONE PREDICATO NELLA CHIESA EVANGELICA

 A.D.I DI ASTI (VIA MONTI, 96) IL 26 LUGLIO 2011

 LUCA 13:10-17

 CON QUALE SPIRITO?

 Chi legge questa storia è inevitabilmente sorpreso dallo spirito maligno e dall’influenza nefasta che esercita sul fisico della donna, eppure non è l’unico “spirito” pericoloso presente in quel luogo.

LO SPIRITO MALIGNO

 Lo spirito maligno costringe la donna a camminare ricurva. Non è detto come mai si trova in quella condizione, ma è certo che qualcosa di sbagliato nella sua vita ha consentito allo spirito di prenderne possesso. Inconsciamente la donna, rassegnata a convivere per sempre con il suo terribile problema, cerca aiuto recandosi nella sinagoga, dove riceve un po’ di ristoro. La condizione di questa donna che cammina quasi a quattro zampe come gli animali e non in piedi come gli uomini, descrive in maniera vivida quel che è capace di fare il peccato all’uomo che ne diviene schiavo. Il peccato degrada, oltraggia, schiaccia; il peccato non uccide subito, preferisce tormentare lentamente le sue vittime.

LO SPIRITO D’IPOCRISIA

L’altro spirito che prendiamo in esame, certo di diversa natura, è quello del capo della sinagoga, che ci aspettiamo “religioso”, quindi onesto, positivo, buono. Vediamo però che dopo il miracolo compiuto da Gesù sulla donna, l’uomo arringa la folla affermando che non è legittimo farsi guarire di sabato, giorno del riposo ebraico. Pur dimostrando particolare zelo per la legge del sabato, quell’uomo non prova alcuna compassione per la poverina. In fondo – egli sembra dire – questa donna è così da 18 anni, cosa sarebbe cambiato se avesse aspettato ancora un giorno? Lo spirito d’ipocrisia che anima il capo della sinagoga non è poi tanto diverso dallo spirito maligno, se non nella sostanza perlomeno nel risultato, giacché tutti e due non provano un briciolo di compassione per quella donna. Egli è insensibile, arido, pur avendo a che fare con Dio, non ne possiede l’animo. Gesù rimproverava apertamente gli ipocriti, sapendo bene quanto fosse pericoloso quel loro spirito, capace di far male almeno quanto uno spirito maligno: “…guai a voi… ipocriti, perché serrate il regno dei cieli davanti alla gente; poiché non vi entrate voi, né lasciate entrare quelli che cercano di entrare” (Mt. 23:13)

LO SPIRITO MISERICORDIOSO

Diverso dal primo e dal secondo è lo spirito che anima Gesù. Egli, vedendo la donna così tristemente legata dal maligno, la chiama, le impone le mani, la guarisce e lei, liberata dal suo terribile giogo spirituale, inizia a glorificare Dio. I Vangeli parlano spesso della compassione di Gesù verso i peccatori, che Egli vedeva “…come pecore che non hanno pastore…” (Marco 6:34), per questo si offriva di guarirle, liberarle, ammaestrarle. Lo stesso spirito compassionevole deve animare noi, che siamo discepoli di Cristo: “…Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, egli non appartiene a lui” (Rom. 8:9). Del resto, se siamo quel che siamo lo dobbiamo soltanto al Suo spirito misericordioso: avendoci visto nella nostra misera condizione, ha avuto pietà di noi e ci ha liberati dal nostro peccato. Gesù è venuto per farci rialzare il capo, per riportarci alla condizione originaria di creature capaci di avere comunione con il Creatore. Ora che abbiamo riacquistato la libertà e possiamo glorificare Dio, stiamo attenti a non cadere vittime dell’ipocrisia. Ricordiamo che le compassioni divine “…non sono esaurite; si rinnovano ogni mattina…” (Lam. 3:22, 23), per noi e per gli altri. by Vincenzo Martucci

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POSSIEDI LA VITA ETERNA?

SERMONE PREDICATO NELLA CHIESA EVANGELICA

A.D.I DI ASTI (VIA MONTI, 96) IL 31 LUGLIO 2011

LUCA 16:19-31

POSSIEDI LA VITA ETERNA?

Sebbene molte volte Gesù abbia fatto uso della parabola, ossia di un racconto breve che spiega un concetto difficile con uno più semplice, qui narra una storia vera, un avvenimento che soltanto Lui poteva conoscere essendo venuto dal cielo (cfr. Gv.3:13). Attraverso di esso apprendiamo verità importanti sulla vita eterna che diversamente ignoreremmo, verità che ci rendono liberi dall’ignoranza e da ogni forma di superstizione: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv. 8:32).

Prima verità: c’è vita dopo la morte

Tutti gli uomini muoiono: il racconto riferisce di due uomini molto diversi che a un certo punto muoiono. Il primo era stato ricco e aveva vissuto solo per la vita terrena. Conosciuto come un “ricco epulone”, ossia una persona che si compiaceva in molti e delicati cibi e in ogni tipo di godimento materiale, mentre era in vita non aveva mai provato pietà per chi era in una condizione più misera della sua. Il secondo uomo, del quale si conosce anche il nome, Lazzaro, aveva vissuto una vita molto più dura, fatta di sofferenza, di malattia e di stenti, tanto da desiderare di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco. Era un uomo giusto, ma non in quanto povero, bensì perché aveva imparato a porre fede in Dio. Luoghi diversi: dopo la morte l’uomo ricco e Lazzaro non si dissolsero ma andarono in luoghi ben definiti dei quali avevano piena coscienza. Il ricco andò nel “soggiorno dei morti”, luogo dove sono custoditi gli uomini non salvati in attesa del giudizio finale, mentre il povero andò nel “seno d’Abramo”, che custodiva i credenti morti al tempo dell’Antico Testamento. Era stato il modo in cui avevano speso i loro anni sulla terra a determinare il luogo nel quale avrebbero trascorso l’eternità. Nella Bibbia è chiaramente insegnato che “…è stabilito che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio” (Ebr. 9:27). Questo significa che la nostra vita passeggera e fugace sulla terra determina la nostra vita nell’eternità!

Seconda verità: la condizione dopo la morte è immutabile

Condizioni diverse: nel soggiorno dei morti il ricco è tra i tormenti, tanto da desiderare che Lazzaro, il povero mendicante che aveva ignorato per tutta la vita e che ora aveva trovato consolazione, si recasse da lui per rinfrescargli la lingua con la punta del dito intinta nell’acqua. A differenza di quel che molti credono, la Bibbia insegna che il destino degli uomini non si “livella” dopo la morte, non è uguale per tutti. Totò, il noto comico napoletano, in una sua acutissima poesia intitolata “La livella” fa dialogare due defunti, un marchese e un netturbino. Il nobile marchese si lamenta del fatto che la sua tomba sia troppo vicina a quella dell’uomo di umili condizioni, il quale dopo aver sopportato per un po’ le rimostranze del nobile, stizzito lo apostrofa dicendo: “Morto sei tu e morto sono io… la morte sai cos’è? È una livella”. Per quanto brillante sia la composizione, non dice esattamente la verità. La Bibbia insegna, infatti, che bisognerà “…comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno riceva la retribuzione di ciò che ha fatto quando era nel corpo, sia in bene sia in male” (2 Cor. 5:10). Una grande voragine: anche se Abramo avesse voluto, non avrebbe potuto mandare Lazzaro dal ricco perché “una grande voragine” separava i due luoghi, impedendo di fatto a chiunque di passare da un luogo all’altro. Questo vuol dire che la condizione dell’uomo non può essere cambiata dopo la morte, può esserlo soltanto mentre si è in vita. Conscio di ciò, lo scrittore del Salmo 90 prega Dio di insegnargli a “…contar bene i …giorni, per acquistare un cuore saggio” (90:12).

Terza verità: c’è ancora speranza per te

Un grido d’aiuto: il ricco epulone capisce che non può più fare nulla per se stesso, spera allora di aiutare almeno i suoi cinque fratelli che sono ancora in vita. Chiede ad Abramo di mandare Lazzaro da loro per impedire che finiscano nel medesimo “luogo di tormento”. Crede che se “…qualcuno dai morti va a loro, si ravvedranno”, ma ancora una volta si sente opporre un rifiuto. Perché? Almeno per due motivi: Dio ha stabilito che non vi sia alcun contatto tra i trapassati e i viventi (“…Un popolo non deve forse consultare il suo Dio? Si rivolgerà forse ai morti in favore dei vivi?” – Is. 8:19); l’incredulità dell’uomo non può essere vinta neppure se un morto risuscita (quando Gesù risuscitò il Suo amico Lazzaro, i capi religiosi non si ravvidero ma complottarono di ucciderlo – Gv. 11:45-53). La salvezza fornita da Dio: Abramo fa sapere al ricco che Dio ha stabilito un altro mezzo per convincere gli uomini a ravvedersi: “…Mosè e i profeti…” (v. 29) Nel Suo infinito amore, infatti, Dio nel tempo ha mandato una lunga serie di testimoni per avvisare l’uomo affinché si sottragga al giudizio eterno. Non desiderando la morte dell’uomo ma la sua salvezza eterna, Dio ha mandato infine il più grande di tutti i profeti, Cristo Gesù, “…il suo unigenito Figlio…” (Gv. 3:16). Egli, massima espressione dell’amore di Dio, ha fatto all’uomo questa promessa: “…chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai…” (Gv. 11:25, 26). Riflettiamo sul senso della vita terrena e sulla necessità di essere salvati per avere vita eterna. La nostra vita futura dipende dalla scelta che facciamo oggi, qui sulla terra. Soltanto “chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui” (Gv. 3:36) by Vincenzo Martucci

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