L’ETERNO NOSTRA GIUSTIZIA

L’ETERNO NOSTRA GIUSTIZIA

“Questo sarà il nome con cui sarà chiamato: l’Eterno nostra giustizia” (Geremia 23:6).

Chiunque conosce la natura dell’uomo, e in particolare le propensioni del suo cuore, deve riconoscere che la pretesa di essere giusto davanti a Dio è l’ultimo idolo a dover essere sradicato dal cuore. Essendo stati creati per osservare il patto delle opere, è naturale per noi tutti cercare di ottenere la salvezza eterna tramite l’ubbidienza a un patto basato sulle opere. E quel diabolico orgoglio che dimora in noi dalla caduta dell’uomo e dalla sua separazione da Dio, ci porta a gloriarci di noi stessi quasi che fossimo noi gli autori, almeno in parte, della nostra salvezza. Giustamente protestiamo contro il papismo, ma in pratica siamo tutti papisti e non esito ad affermare che per natura siamo tutti arminiani (l’arminianesimo è una dottrina che afferma che non è Dio a scegliere per grazia le persone affinché siano salvate, ma sono i peccatori a decidere di propria iniziativa se essere salvati o meno, N.d.T.); l’uomo carnale si illude di poter presentare a Dio una giustizia propria: ecco perché sono così tanti coloro che abbracciano questa dottrina. È vero che rigettiamo la dottrina della salvezza per opere e non abbiamo il coraggio di affermare di meritare il favore di Dio; tuttavia, come osserva con precisione l’apostolo, ignorando la giustizia di Dio cerchiamo, come i Farisei del passato, di stabilire la nostra, e non ci sottomettiamo alla giustizia di Dio (cfr. Romani 10:3).

Questo è il male peggiore, ma, ahimè, è anche quello più comune. Un male che non è mai stato denunciato a sufficienza in nessuna epoca, specialmente in quella in cui viviamo, e che si è diffuso anche tra i ministri della Parola. Infatti, persino dove un tempo la verità che è in Gesù veniva predicata con franchezza, molti ministri dell’Evangelo si sono allontanati dall’esempio di fede dei loro predecessori. Le dottrine della grazia e in particolare la dottrina della sufficienza della giustizia di Cristo, sono raramente predicate e sempre con molta superficialità; perciò l’amore dei più si va raffreddando. La giustizia di Gesù Cristo è uno di quei grandi misteri che gli angeli desiderano conoscere profondamente. Sembra che questa sia una delle prime lezioni che Dio ha ritenuto opportuno insegnare all’uomo dopo la sua caduta nel peccato. Infatti, che cos’erano le tuniche di pelle che il Signore fece a Adamo e a sua moglie se non una figura simbolica dell’imputazione dei meriti e della giustizia di Cristo al credente? La Scrittura afferma che le tuniche erano state fatte con la pelle di animali. Siccome allora le fiere non servivano come cibo, deduciamo che Dio ne sacrificò alcune per commemorare ed anticipare il grande sacrificio di Gesù Cristo. Così Adamo ed Eva impararono che per coprire la loro nudità era necessaria la giustizia dell’Agnello di Dio. Questo è altresì quello che dobbiamo intendere quando leggiamo che “Abrahamo credette a Dio, e ciò gli fu messo in conto di giustizia” (Galati 3:6). In breve, questa dottrina è quella preannunciata dalla legge e dai profeti, specialmente da Geremia che chiamò l’Eterno “nostra giustizia”.

Con l’aiuto della grazia di Dio, mi propongo di considerare i seguenti punti: PRIMO, chi è colui che il profeta chiama “Eterno”; SECONDO, in che modo l’Eterno, cioè Gesù Cristo, diventa la giustizia dei credenti; TERZO, quali sono le principali obiezioni mosse a questa dottrina; QUARTO, quali sono alcune delle tragiche conseguenze causate dal rifiuto di questa verità; QUINTO, concluderò esortando tutti quanti voi a venire a Cristo per fede, affinché possiate dichiarare con l’antico profeta: “L’Eterno è la nostra giustizia”.

1. Chi è, dunque, colui che Geremia chiama Eterno? Se qualche Ariano o Sociniano (dottrine accomunate dalla negazione della divinità di Cristo, N.d.T.) è stato condotto dalla propria curiosità ad ascoltare quello che ha da dire un cianciatore come me, si vergognino di non riconoscere che Cristo è il Dio che ha acquistato un popolo di peccatori col proprio sangue! Infatti, la persona di cui parla il nostro testo chiamandolo “Eterno” altri non è che Gesù Cristo! Geremia proclama: “Ecco, i giorni vengono, dice l’Eterno, nei quali susciterà a Davide un germoglio giusto, che regnerà da re, prospererà, ed eserciterà il giudizio e la giustizia nel paese. Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele dimorerà al sicuro. Questo sarà il nome con cui sarà chiamato: l’Eterno nostra giustizia” (Geremia 23:5-6). Tutti quanti sono d’accordo nell’affermare che il “germoglio giusto” di cui parla il profeta è Gesù Cristo. Egli è colui che viene chiamato Eterno! Se nella Bibbia non ci fossero altri testi che provassero la divinità di Cristo, quello che abbiamo letto sarebbe già sufficiente; perché se Cristo può essere chiamato Eterno, ciò significa che Egli è Dio. Come è spiegato a margine delle vostre Bibbie, “Eterno” è la traduzione di Yahweh, cioè del nome essenziale di Dio.

Venite, dunque, voi Ariani! Rendete omaggio al Figlio, prostratevi davanti a lui ed onoratelo come onorate il Padre! Imparate dagli angeli del cielo, i quali adorano Cristo confessando che Egli è Dio! Altrimenti, sarete anche voi degli idolatri come coloro che adorano la vergine Maria. E voi, o Sociniani, che professate Gesù Cristo quale vostro Salvatore, eppure ritenete che Egli sia solo un uomo! Questa vostra convinzione è motivo di condanna davanti a Dio. Infatti, se Cristo fosse un semplice uomo, non sarebbe altro che un “braccio della carne” e voi sareste sotto maledizione, perché sta scritto: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo e fa della carne il suo braccio” (Geremia 17:5). Spero vivamente che non ci sia nessuno tra voi così empio da persistere nel mantenere queste convinzioni mostruose dopo quello che è stato appena detto. E chiaro che “Eterno” è riferito a Gesù Cristo, al quale in questo passo è attribuito il nome di Yahweh. Siamo dunque certi che Egli è “Dio vero da Dio vero” o, come dichiara con fede l’apostolo, “Dio benedetto in eterno” (Romani 9:4).

2. In secondo luogo, in che modo il Signore Gesù Cristo diventa la giustizia dei credenti? La risposta è: in una parola, per imputazione. Poiché piacque a Dio, dopo aver creato tutte le cose mediante la potenza della Parola, di fare l’uomo a sua immagine e somiglianza. La condiscendenza di colui che è l’Eccelso ed abita l’eternità è stata infinita. Egli, infatti, avrebbe potuto esigere da Adamo e dai suoi discendenti una continua obbedienza ad una moltitudine di comandamenti quale condizione della vita eterna. Invece, il Creatore stabilì un patto che richiedeva all’uomo l’ubbidienza ad un solo comandamento. Quando la Scrittura dice: “Mangia pure liberamente di ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare, perché nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai” (Genesi 2:16-17), deduciamo che la vita della creatura dipendeva dalla sua ubbidienza a quel precetto. Il capitolo 3 del libro della Genesi descrive dettagliatamente la triste storia della violazione di questo patto da parte dei nostri progenitori i quali, da quel momento, ebbero bisogno di una giustizia migliore di quella propria per essere considerati giusti davanti a Dio. Dopo la caduta, l’obbligo di Adamo ed Eva di sottostare a quel patto non era venuto meno. Nonostante ne avessero perso la capacità, essi dovevano continuare ad osservare perfettamente tutto quello che Dio aveva stabilito. Inoltre, essendosi resi colpevoli, adesso erano anche obbligati a soddisfare la giustizia di Dio che avevano offeso.

É a questo punto che si presenta davanti ai nostri occhi il meraviglioso scenario dell’amore di Dio per l’uomo: quello che era impossibile a noi, è stato adempiuto da Gesù Cristo! Affinché Dio potesse dimostrare la sua giustizia nel dichiarare giusto il peccatore, Cristo pur “essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l’essere uguale a Dio, ma svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini” (Filippesi 2:6-7). Come uomo, Gesù Cristo adempì perfettamente la legge morale per noi e, inoltre, subì la morte alla croce del Calvario, dove divenne maledizione al posto di coloro che il Padre gli aveva dato dal mondo. Così, Egli acquistò una giustizia perfetta, completa e sufficiente a favore di quelli a cui doveva essere imputata. Il significato del termine “giustizia” implica che Cristo ubbidì in modo sia attivo sia passivo. Quando parliamo dei meriti del Signore, solitamente menzioniamo solo la sua morte, cioè l’aspetto passivo della sua obbedienza. Tuttavia, la sua vita, cioè la sua obbedienza attiva, è altrettanto necessaria per la nostra salvezza. Gesù Cristo non solo ha sofferto ed è morto per i peccatori, ma Egli ha anche vissuto ed ubbidito alla legge di Dio per loro. L’ubbidienza attiva e passiva di Cristo costituiscono, insieme, quella perfetta giustizia che viene imputata a coloro che credono, come ci era stata imputata la disubbidienza dei nostri progenitori. È questo il senso in cui dobbiamo intendere il discorso di Paolo nel capitolo 5 dell’epistola ai Romani quando parla del primo e del secondo Adamo (cfr. Romani 5:12-21). Questo è ciò che dice l’apostolo quando afferma che i credenti sono diventati “giustizia di Dio in Lui”, cioè in Cristo (2 Corinzi 5:21). Oltre al testo che stiamo considerando, Geremia parla di questa dottrina anche altrove dicendo: “Questo sarà il nome con cui sarà chiamata (la chiesa alla quale è stata imputata la giustizia di Cristo): l’Eterno nostra giustizia” (Geremia 33:16).

3. Sono molte le obiezioni che scaturiscono dal cuore orgoglioso e depravato contro questa dottrina gloriosa, divina e salvifica. Perciò ribatterò a quelle che ritengo essere le più importanti. In primo luogo, vi sono alcuni che per mettere in mostra la propria moralità, affermano che la dottrina dell’imputazione della giustizia di Cristo non incoraggia a compiere buone opere e conduce alla licenziosità. Ma, domandiamoci, chi sono coloro che di solito sollevano quest’obiezione? Sono costoro uomini pieni di quella fede che compie opere buone? No! È ben noto che queste persone sono generalmente corrotte e dissolute. La cosa migliore che posso dire di loro è che sono dei moralisti profani, in altre parole dei falsi moralisti! Mi appello all’esperienza del tempo presente e passato: non è forse vero che laddove la dottrina della giustificazione in Cristo è trascurata, l’iniquità abbonda? Come è sempre accaduto, le dottrine arminiane, essendo contrarie al cristianesimo, daranno vita a comportamenti non coerenti all’esempio di Cristo. D’altro canto, non vi è mai stata una vera riforma della chiesa che non sia scaturita dalla predicazione della dottrina dell’imputazione della giustizia di Cristo. Questa, come disse quell’uomo di Dio che è stato Lutero, è l’articolo di fede mediante il quale la chiesa sussiste o cade. Anche se coloro che predicano questa dottrina vengono falsamente chiamati dai loro avversari antinomisti e ingannatori, sono convinto che se la veracità dei principi sostenuti da ambo le parti dovesse essere giudicata in base al comportamento di chi li professa, sarebbero le nostre convinzioni ad essere giustificate.

Certamente, come tutte le altre dottrine della grazia, anche quella della giustificazione per fede può essere abusata. La condotta poco cristiana di qualcuno che pur parlando e riparlando dell’imputazione della giustizia di Cristo non ne ha sperimentata la potenza nel proprio cuore, ha fornito ai nemici della croce ampia occasione di bestemmiare. Questo modo di ragionare è, tuttavia, dannoso e ingiusto. L’unico interrogativo che dovremmo porci a riguardo di questa obiezione, è se è vero o no che la predicazione di questa dottrina porti alla dissolutezza. Ma ciò non è assolutamente vero! Pur escludendo le nostre buone opere come causa della nostra giustificazione, questa dottrina le richiede quale prova del fatto che ci è stata imputata la giustizia di Cristo. Vi chiedo, dunque: come può tale dottrina condurre alla licenziosità? Questa obiezione, in realtà, è una calunnia. Nella lettera ai Romani, l’apostolo Paolo mette in bocca ad un incredulo ribelle questa contestazione e nessuno, all’infuori di chi non ha sperimentato la potenza della risurrezione di Cristo nell’anima, avrebbe il coraggio di riproporla ancora oggi. Quindi, insieme all’antico profeta, affermiamo con piena certezza di fede che l’Eterno è la nostra giustizia! Come Satana si camuffa spesso da angelo di luce, così coloro che lo servono cercano di mascherare la loro ribellione, dicendo che Cristo non ha mai predicato questa dottrina, ma che, al contrario, nel sermone sul monte parla esclusivamente della moralità a prescindere dalla giustificazione per fede.

Sicuramente, coloro che propongono quest’obiezione non hanno né letto, né compreso il grande discorso del nostro Signore. In esso, infatti, la dottrina di cui stiamo parlando è chiaramente esposta per gli occhi che sono in grado di vederla. Cristo esorta a compiere buone opere e purifica la legge morale dalla corruzione delle varie interpretazioni dei farisei. É interessante notare che prima di giungere a questo punto, Gesù parla della pietà interiore, cioè della povertà di spirito, della mansuetudine, del santo cordoglio, della purezza del cuore, della fame e della sete di giustizia. Solo in un secondo tempo il nostro Signore incoraggia coloro che lo ascoltavano in quell’occasione a praticare le buone opere. Questo perché una condotta gradita a Dio è l’evidenza dell’imputazione della giustizia di Cristo. Gesù Cristo disse: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini (la luce divina che ho appena menzionato), affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli” e, subito dopo, aggiunge: “Non pensate che io sia venuto ad abrogare la legge o i profeti; io non sono venuto per abrogare (cioè non per revocarla quale regola di vita), ma per portare a compimento (ossia per obbedire ad essa in modo perfetto ed esplicarne pienamente il senso)” (Matteo 5:16-17). Dopo queste affermazioni, Cristo procede descrivendo la profondità della legge di Dio. Da tutto ciò è chiaro che nel sermone sul monte Gesù è lungi dal trascurare la dottrina della giustificazione per fede. Anzi, le sue parole la confermano, respingendo così l’obiezione che abbiamo considerato. Cristo dichiara che le buone opere altro non sono che l’evidenza dell’imputazione della sua giustizia alla nostra anima. Chi, dunque, ha orecchi da udire oda quello che dichiara il profeta: “L’Eterno è la nostra giustizia”.

Come Satana ha tentato ripetutamente il Signore usando le Scritture, così i suoi figli usano lo stesso metodo. Essi impugnano la dottrina della giustificazione per fede facendo riferimento alla storia del giovane ricco. Marco menziona nel capitolo 10 del suo vangelo un giovane che volle discutere con Gesù per sapere cosa doveva fare per ereditare la vita eterna. Siccome il racconto continua dicendo che Cristo lo fece riflettere sui comandamenti per comprendere la risposta ai suoi interrogativi, essi dicono che le opere di questo giovane avrebbero dovuto essere, almeno in parte, il fondamento della sua giustificazione. Quindi, secondo questa obiezione, la dottrina dell’imputazione della giustizia di Cristo non è scritturale. Ma questa critica è molto debole, perché, in realtà, l’esempio citato è uno dei migliori proprio per dimostrare la verità della giustificazione per fede! Osserviamo più da vicino questo giovane e qual sia l’atteggiamento di Cristo nei suoi confronti. Marco racconta al versetto 17 che mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse (avendo questo giovane molti beni, è un episodio raro che uno come lui venga a Cristo correndo in questo modo) e, inginocchiatosi davanti a lui (il giovane fa quello che oggi i suoi pari hanno dimenticato), gli domandò: “Maestro buono, cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” A questo punto Gesù, per vedere se il giovane credeva nella sua divinità, gli rispose: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio” e rispondendo direttamente al suo quesito disse: “Tu conosci i comandamenti: “Non commettere adulterio. Non uccidere. Non rubare. Non dire falsa testimonianza. Non frodare. Onora tuo padre e tua madre” (Marco 10:17-19).

In questo modo Cristo voleva far intendere al giovane ricco che la vita eterna non dipendeva dalle sue opere. Il Signore lo ha fatto riflettere sull’importanza della legge di Dio non perché la sua moralità gli avrebbe garantito il favore divino come insinuano costoro, bensì perché la legge, come un precettore, avrebbe dovuto condurlo a riconoscere in Lui, cioè in Cristo, l’unico che avrebbe potuto giustificarlo davanti a Dio. Quel giovane, avendo trasgredito ognuno di quei comandamenti, avrebbe dovuto essere convinto dell’insufficienza della propria giustizia e della necessità di possedere un fondamento migliore che gli garantisse la vita eterna. Questo è lo scopo che Cristo intendeva raggiungere. Quell’uomo, confidando nella propria giustizia, cercando di scusarsi disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia fanciullezza”. Se egli, tuttavia, avesse compreso la sua vera condizione di peccatore, avrebbe confessato di aver trasgredito la legge di Dio sin da fanciullo! Supponiamo, ad esempio, che egli non avesse mai commesso praticamente adulterio; il suo cuore, però, non aveva mai desiderato una donna facendolo cadere ugualmente in peccato? Certamente questo giovane non uccise mai nessuno e può darsi che non abbia mai sfogato violentemente la sua ira contro alcuno. Ma cosa cambia? È sufficiente che egli abbia trasgredito una sola volta il minimo dei comandamenti per essere colpevole davanti a Dio e meritare la sua condanna. Infatti è scritto: “Maledetto chiunque non persevera in tutte le cose scritte nel libro della legge per praticarle” (Galati 3:10). Quindi, come è stato detto, Cristo non nega per niente la dottrina della giustificazione per fede, bensì agisce nei confronti del giovane ricco in questo modo proprio perché vuole convincerlo della necessità che gli venga imputata la giustizia che viene da Dio.

Ma alcuni replicano che “Gesù, fissatolo nel volto, l’amò” (verso 21). E allora? L’amore di Cristo non implica necessariamente che il giovane avesse creduto in Lui per essere giustificato. I vangeli ci raccontano che Cristo fu turbato, che si indignò, che pianse, ma questi passi descrivono le varie emozioni proprie della sua natura umana. Non vi è forse una grande differenza tra l’amore verso questo giovane e l’amore che Cristo nutrì per Lazzaro, Marta e Maria? Potremmo illustrare questo punto facendo riferimento all’esperienza dei ministri dell’Evangelo. Essi amano tutti quanti e si dimostrano attenti ai bisogni di ciascuno, ma il loro attaccamento a coloro che sono nati di nuovo per opera di Dio è qualcosa di particolare, di profondo e divino. Questo esempio ci aiuta un po’ a comprendere ciò che racconta Marco. Se penserete seriamente a quello che abbiamo detto in generale circa la condizione del giovane ricco, anche voi forse sarete rattristati e, come lui, ve ne andrete. Ma, quanto a noi, la risposta di Cristo conferma la verità dell’affermazione del profeta che solo l’Eterno è la nostra giustizia.

Nonostante tutto, vi è una quarta obiezione che è basata su un passo del capitolo 25 del vangelo secondo Matteo. In questi versetti Cristo ricompensa con la vita eterna coloro che hanno sfamato chi era affamato, vestito chi era nudo e che hanno compiuto altre opere di carità. I nostri oppositori dicono che queste parole di Gesù provano che le opere sono il fondamento della giustificazione dell’uomo davanti a Dio e che, di conseguenza, la dottrina dell’imputazione della giustizia di Cristo è contraria alle Scritture. Devo confessare che questa critica è più plausibile di tutte le altre. Prima di rispondere a questa obiezione mediante la Scrittura, penso che ci sarà di aiuto tenere presenti le parole del XII articolo di fede della chiesa Anglicana, il quale afferma che “quantunque le buone opere non sono la causa della nostra giustificazione davanti a Dio, esse sono conseguenza e frutto della giustificazione. Inoltre, anche se non hanno alcun merito intrinseco, essendo frutto della fede in Cristo dell’anima rigenerata, esse riceveranno una ricompensa per grazia e non come debito. Quindi, più abbonderemo in buone opere, tanto maggiore sarà la nostra ricompensa quando Cristo verrà in giudizio”.

In Matteo 25:34 leggiamo: “Allora il Re dirà a coloro che saranno alla sua destra: ‘Venite, benedetti del Padre mio: ricevete in eredità il regno che vi è stato preparato sin dalla fondazione del mondo. Poiché ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere: fui forestiero e mi accoglieste, fui ignudo e mi rivestiste, fui infermo e mi visitaste, fui in prigione e veniste a trovarmi’”. Che queste persone non dipendessero dalle loro buone azioni per essere giustificate al cospetto di Dio, è evidente. Infatti, essi risposero: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare? O assetato e ti abbiamo dato da bere? E quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato? O ignudo e ti abbiamo rivestito?” Questo modo d’esprimersi sarebbe improprio se a parlare fossero persone che confidano nella propria giustizia per ottenere il favore di Dio. Eppure, coloro che ci contraddicono replicano dicendo che nell’ultima parte del capitolo Cristo rigetta e condanna quelli che non hanno operato bene. Perciò, continuano costoro, se condanna questi per non avere fatto ciò che è giusto, salva gli altri perché hanno ubbidito alla giustizia. Quest’ulteriore cavillo non ha alcuna consistenza. Dio, infatti, potrebbe giustamente condannare l’uomo anche per la più piccola omissione dei suoi comandamenti. Egli non è assolutamente obbligato a ricompensare nessuno, anche se si fosse compiuto tutto il proprio dovere.

Tutti noi siamo dei servi inutili e non abbiamo affatto compiuto il nostro dovere! Questo è il linguaggio dell’anima che è stata santificata dalla grazia di Dio! Essa è cosciente che davanti al Signore la propria giustizia è insufficiente e che in lei non c’è nulla che le permetta di essere considerata giusta. Questo è l’atteggiamento di coloro di cui parla Matteo 25. Essendo consapevoli di queste verità, essi erano ben lontani dal confidare nelle proprie opere buone per essere giustificati e quando Cristo rivolse loro quelle parole di elogio non potevano credere a ciò che udivano. Sono persuaso che essi sarebbero indignati verso coloro che usano questo passo per controbattere l’affermazione del profeta che dichiarò che solo l’Eterno è la nostra giustizia. Penso che la dottrina dell’imputazione della giustizia di Cristo ai credenti sia stata difesa con successo. Se dovessi fermarmi a questo punto, potrei già esclamare: “In tutte queste cose noi siamo più che vincitori in virtù di colui che ci ha amati”.

4. Comunque, preferisco continuare seguendo un modo di discutere che ho sempre apprezzato per la sua efficacia, quello cioè di mostrare quali sono le conseguenze tragiche ed assurde causate dal rifiuto di questa verità. Prima di tutto, se si rigetta questa dottrina, ci si rende colpevoli di falsificare la Parola di Dio. Rifiutando tale verità si è costretti a torcere quei passi della Scrittura che proclamano che la salvezza è per grazia e non per opere. La vita eterna è dono gratuito di Dio e chi si gloria, si deve gloriare solo nel Signore. Facciamo attenzione: la giustizia di Cristo costituisce l’unico fondamento della nostra giustificazione. Se Dio fosse stato indotto a mostrarci il suo favore da una qualsiasi nostra opera da lui preconosciuta, allora avremmo motivo di gloriarci in noi stessi. Ma, nella grande opera di redenzione, ogni vanto umano è escluso! Se neghiamo la dottrina dell’imputazione della giustizia di Cristo, è come se negassimo tutta la rivelazione divina, perché essa è l’alfa e l’omega, il principio e la fine del libro di Dio. Non possiamo fare altrimenti: o rimarremo increduli, oppure crederemo alle parole del profeta: “L’Eterno è la nostra giustizia”. Inoltre, vorrei ribadire quello che ho affermato all’inizio di questo discorso e cioè che tutti siamo, per natura, arminiani e papisti! È vero che “l’arminianesimo è la via che riporta a Roma”! Anzi, oso affermare che chiunque nega la dottrina dell’imputazione della giustizia di Cristo, in realtà non è altro che un papista, qualunque sia il nome che attribuisce a se stesso!

Cosa direste se fossi venuto a voi incoraggiandovi a rivolgere le vostre preghiere ai santi affinché essi intercedessero per voi presso Dio? Non mi avreste considerato un papista blasfemo e mi avreste cacciato via? Penso proprio di si! L’intercessione di Gesù Cristo è sufficiente di per sé e non ce n’è bisogno di un’altra. Se vi dicessi che la morte di Cristo non basta, ma che per ottenere una giustizia sufficiente dovreste aggiungere ad essa anche la vostra, come reagireste? Non sareste indignati con me? E non mi accusereste di essere uno che diffonde false dottrine? Allora, se è blasfemo ritenere insufficiente l’intercessione di Cristo senza quella dei santi, e se è un’empietà credere che il sacrificio di noi stessi debba andare ad aggiungersi a quello di Cristo, giudicate voi se non è altrettanto blasfemo ed empio pensare che, oltre a quella del Signore, sia necessaria altresì la nostra obbedienza, totale o parziale che sia! Oh, quali tremende conseguenze derivano dal nostro rifiuto di credere che solo l’ubbidienza del Signore Gesù Cristo è la nostra giustizia!

L’ultima conseguenza che scaturisce dalla negazione di questa dottrina, è che coloro che la negano non avranno alcuna speranza nel giorno del giudizio di Dio. Avete voluto affidarvi alla vostra ubbidienza della legge? Allora sarete giudicati dalla legge! Ciò che avrete compiuto sarà pesato sulla bilancia di Dio e sarete trovati mancanti! Saranno proprio le vostre opere quelle che vi condanneranno, perché comparendo davanti al Padre senza Cristo, sarete consumati dal giudizio di Dio. Il noto Solomon Stoddard di Northampton (un ministro dell’Evangelo protagonista di diversi risvegli religiosi, predecessore di Jonathan Edwards, N.d.T.) ha intitolato un suo libro “La nostra sicurezza nel giorno del giudizio è la giustizia di Cristo”. Perché appoggiarsi ad una canna rotta, quando potete edificare la vostra fede sulla Rocca eterna che non può essere smossa? Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? C’è qualcosa di più ragionevole della dottrina della giustificazione per fede? Non avete percepito la potenza della Parola, mentre ascoltavate questi ragionamenti? Perché, allora, non vi affidate al Signore Gesù Cristo credendo in lui affinché diventi anche la vostra giustizia?

5. È giunto il tempo di pungolare un po’ più a fondo le vostre coscienze. Anche se alcuni di voi disprezzano questa dottrina, sono certo che per molti altri è preziosa e conforme a ciò che avete udito sin dalla vostra fanciullezza. Lasciate che vi chieda: potete dire che il Signore è la vostra giustizia? Dico: LA VOSTRA giustizia! Se conoscete questa dottrina solo intellettualmente, senza essere uniti al Signore Gesù Cristo mediante una fede vera e salvifica, la vostra condanna sarà maggiore. Come spesso vi ho detto nel passato, vi ripeto anche ora che se non sentite Cristo nel cuore non siete affatto uniti a Lui. Potete rivolgervi a Gesù Cristo esclamando come Tommaso: “Signor mio e Dio mio” ? Cristo è la vostra santificazione, oltre che la vostra giustizia? Infatti, il termine “giustizia” nel nostro testo non implica solo l’imputazione della giustizia di Cristo, ma altresì la santificazione dei nostri cuori. Dio ha unito insieme queste due grazie ed esse non sono mai state, né mai saranno, divise! Se il sangue dell’Agnello vi ha giustificati, il suo Spirito vi ha anche santificati interiormente. Potete dire, in questo senso, che il Signore è la vostra giustizia? Siete mai stati portati ad aborrire voi stessi a causa del peccato originale e dei peccati che avete effettivamente commesso? Vi siete mai vergognati di quella che pensavate fosse la vostra giustizia e che Isaia chiama “abito sporco” ? I vostri occhi sono stati mai aperti per contemplare la completa sufficienza della giustizia di Cristo? Lo Spirito Santo vi ha mai resi affamati ed assetati di questa giustizia? Oh, beato giorno quando comparirò alla presenza di Dio rivestito delle vesti della salvezza ed avvolto nel manto della giustizia di Cristo! Solo Cristo! Solo Cristo! Donami Gesù Cristo, o Dio! Allora sarò soddisfatto e l’anima mia ti loderà per l’eternità!

È questo il linguaggio del vostro cuore? Se siete passati attraverso questi conflitti interiori, siete stati poi resi capaci di stendere le braccia della fede per abbracciare Gesù Cristo esclamando: “Il mio diletto è mio e io sono sua” (Cantico dei Cantici 2:16) ? Se questo è ciò che è avvenuto, chiunque voi siate, non avete nulla da temere. Voi siete beati, perché il Signore, il Signore Gesù Cristo, il Dio eterno, è la vostra giustizia! Cristo vi ha giustificati, chi potrà condannarvi? Cristo è morto per voi ed è anche risorto e vive intercedendo continuamente per voi presso il Padre. Ora, essendo stati giustificati per la sua grazia, godete pace con Dio e siete eredi della vita eterna e dei tesori eccelsi che Dio ha preparato per coloro che lo amano. Questa è la vostra certezza, perché non c’è alcuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Cari fratelli, grande è l’amore che sento per voi! Pensate all’amore di Cristo che è morto per salvarvi! Se, dunque, il Signore è la vostra giustizia, sia questo l’argomento dei vostri discorsi. Proclamate la giustizia di Cristo e parlate continuamente di essa! Meditate sulla grandezza del dono e su quella del donatore! Confessate al mondo chi è colui nel quale avete creduto! La vostra condotta testimoni che Cristo vi ha giustificati! Siate santi, perché colui che vi ha chiamati e vi ha purificati mediante il suo prezioso sangue è santo! Che la giustizia di Cristo non sia biasimata per causa vostra ed Egli non sia ferito “nella casa dei suoi amici”. Ogni giorno crescete nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo. Oh, meditate sull’amore che ha portato Cristo alla morte della croce! Che quell’amore vi costringa all’ubbidienza! Avendo ricevuto un perdono così grande, sia grande anche il vostro amore! Pensate sempre a come meglio potreste esprimere la vostra gratitudine a colui che vi ha resi partecipi della sua giustizia. Umiliando voi stessi ed esaltando Dio, domandatevi in continuazione: “Perché hai scelto me, Signore? Perché io e non altri? Perché io posso confessare che il Signore è la mia giustizia? Perché Cristo è la mia salvezza, mentre non merito altro che la sua condanna e il suo giudizio?”.

Cari fratelli, adesso devo rivolgere la mia attenzione ai peccatori che sono ancora senza Cristo. Ahimè! Il mio cuore è grandemente addolorato! Che moltitudine qui davanti a me! Quanto è breve il tempo che ci separa dall’eternità! Eppure, se Dio dovesse chiamare ognuno di voi a comparire davanti a Lui, come sarebbero pochi coloro che, alla sua presenza. potrebbero confessare che il Signore Gesù Cristo è la loro giustizia!

Peccatori, pensate voi di poter sussistere nel giorno del giudizio se Cristo non vi ha rivestito della sua giustizia? No! Assolutamente no! Quello è l’unico abito col quale potrete presentarvi davanti al giudice di tutta la terra. Oh peccatori senza Cristo, sono angosciato per voi! Il desiderio del mio cuore è che siate salvati. Che questo sia il giorno della grazia! Vi domando: “Come fuggireste se la morte vi cogliesse impreparati e spogli?” Sappiate che non potrete nascondervi dalla presenza di Dio. Quella pietosa cintura di foglie di fico che è la vostra giustizia, non potrà coprire la vostra nudità quando Dio vi chiamerà a comparire davanti a Lui! Pensate alla morte! Pensate al giudizio! Ancora un po’ ed il tempo non sarà più e cosa sarà di voi se il Signore non è la vostra giustizia? Pensate forse che sarete risparmiati? No! Colui che vi ha creati non avrà alcuna misericordia! Se Cristo non è la vostra giustizia, Egli stesso pronuncerà la vostra condanna! Potete sopportare un tale pensiero? Come potrete ascoltarlo quando vi dirà: “Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli” ? Come potrete vivere in quel luogo infernale? La vostra carne è forse di bronzo e le vostre ossa di ferro? E se anche fossero tali, voi non potreste resistere al fuoco preparato per Satana e per i suoi angeli. Che pensieri tremendi! Come potrete sopportare di essere separati eternamente da Cristo? Interrogate i santi che, quando Dio li priva della sua presenza, camminano nelle tenebre. Certo, questa è un’esperienza che dura per breve tempo. ma provate a domandare a queste persone di spiegarvi cosa significhi per loro perdere di vista Cristo ed essere privati della sua presenza! Guardate come costoro cercano il loro amato Signore con timore e pentimento in continuazione! Se, dunque, è così terribile essere privati di Cristo solo per poche ore o per pochi giorni, quanto più tremendo e doloroso sarà l’essere separati da lui per tutta l’eternità!

Se Cristo non è la vostra giustizia, questo è proprio ciò che avverrà a voi. Infatti, la giustizia di Dio deve essere soddisfatta e, perciò, a meno che la giustizia di Cristo non diventi vostra, sarete voi a dover soddisfare le richieste della giustizia divina, sopportando il peso di un’eterna condanna ai tormenti dell’inferno! Mi sembra di vederli quei poveri peccatori tutti tremanti e privi della giustizia di Cristo. Eccoli lì, sul banco degli imputati che invano supplicano Dio che sia un angelo o un arcangelo a pronunciare la sentenza. Invece sarà Cristo, il giudice dei vivi e dei morti, a dichiarare l’irrevocabile condanna. Consapevole dunque del timore che si deve avere del Signore, voglio convincervi a credere in Cristo ed a non darvi pace finché non potrete chiamare Cristo “Eterno nostra giustizia”. Chissà se il Signore non avrà misericordia di voi e perdonerà il vostro peccato! Chiedete a Dio di donarvi la fede, affinché possiate essere resi partecipi di Cristo e della Sua giustizia. Non lasciatevi fermare dalla grandezza e dal numero dei vostri peccati! Siete dei peccatori? Anch’io lo sono. Siete “il primo dei peccatori” ? Lo sono anch’io. Siete degli sviati? Anch’io mi sono sviato. Eppure, il Signore è la mia giustizia. Sia benedetta la ricchezza della sua grazia gratuita e sovrana!

Voi giovani uomini, venite a Cristo! Voi che seguendo i passi del figlio prodigo avete abbandonato la dimora del vostro Padre celeste, tornate a casa, tornate a casa e lasciate perdere i “maiali” che vi hanno tenuti occupati finora. Smettetela di cibarvi dei baccelli sensuali che il mondo vi offre e, nel nome del Signore Gesù Cristo, alzatevi e tornate alla casa del Padre! Non udite la voce di Dio che vi chiama? Coloro che ritorneranno al Padre saranno rivestiti dell’abito più bello, cioè della giustizia di Cristo. Considerate attentamente il valore di questo dono ineffabile. Pensate a quale prezzo è stato acquistato: il prezioso sangue del Figlio di Dio! Riflettete anche sul bisogno che avete della giustizia di Cristo; infatti, senza di essa siete miseri, perduti e sotto l’ira di Dio.

Tornate a casa, tornate a casa! Oh, che Dio abbassi i Suoi cieli e discenda con la Sua misericordia! Vieni Figlio di Dio! Scendi tra noi e fa che il tuo buono Spirito renda questi peccatori partecipi della tua giustizia, rivestendo le loro anime con l’abito della salvezza!

Venite a Cristo anche voi giovani donne. Voi curate i vostri corpi, ma vi preoccupate anche di adornare le vostre anime? Potete confessare con piena certezza di fede che il Signore è la vostra giustizia? Chi, tra voi, si è mai data pensiero di essere rivestita dell’abito della salvezza e del manto della giustizia di Cristo? Sapete che senza Cristo la vostra bellezza al cospetto di Dio è come quella di un sepolcro imbiancato? Non disprezzate l’unico ornamento vero ed importante! Cercate il Signore e la sua giustizia con tutto il cuore, prima che sia troppo tardi!

E cosa dirò a voi, uomini e donne di mezza età? Cosa dirò a voi, uomini d’affari e casalinghe indaffarate? Se il Signore non è la vostra giustizia, che profitto avete di tutta la fatica che sostenete sotto il sole? A cosa serve il travaglio del mercante, se non trova la perla di gran valore? A che scopo affannarsi tanto, cara Marta, se non possiedi l’unica cosa che è veramente necessaria? Perciò, non inquietatevi per il cibo che perisce, ma cercate il Signore e la sua giustizia che vi assicurerà la vita eterna.

Vedo anche che ci sono molti capi canuti tra quali, probabilmente, molti non possono dire che il Signore è la loro giustizia. I vostri capelli bianchi dovrebbero essere la vostra gloria, invece sono la vostra vergogna, perché non sapete ancora chiamare il Signore ‘nostra giustizia’. Affrettatevi, dunque, a cercare il Salvatore! Ahimè, vedo che molti tra voi hanno già un piede nella tomba, che il vostro sole sta per tramontare e che sarete presto nelle tenebre eterne. Fuggite, fuggite e salvatevi la vita! Non temete e ricordatevi che tutte le cose sono possibili a Dio. Sebbene l’ora sia tarda, se verrete a Cristo non sarete affatto respinti. Anche voi, dunque, cercate il Signore affinché Egli diventi la vostra giustizia ed invocatelo perché conosciate per esperienza come un uomo possa rinascere quando è già vecchio!

Ma non devo dimenticare i piccoli fanciulli. Uno degli ultimi comandamenti di Cristo è stato proprio quello di pascere i Suoi agnelli. Perciò voglio continuare a predicare dicendo che Gesù può essere anche la loro giustizia e che il Regno dei cieli appartiene a chi è come loro. Venite bambini, venite a Cristo ed Egli sarà la vostra giustizia! Non dite in voi stessi che siete troppo piccoli per convertirvi. Alcuni tra voi hanno nove o dieci anni e non possono dire di essere partecipi della giustizia di Cristo, ma vi assicuro che vi sono bambini più giovani di voi che, invece, possono confessarlo. Venite mentre siete così piccoli, perché potreste anche non vivere abbastanza per avere l’occasione di farlo in futuro. Se i vostri genitori non vengono a Cristo, venite senza di loro e poi siate voi a convincerli a credere in Lui per essere giustificati. Il nostro Signore Gesù Cristo ama i fanciulli e per questo Egli mi ha incaricato di farvi sapere queste cose e di nutrirvi come piccoli agnelli. La mia preghiera a Dio è che anche voi possiate affermare che il Signore è la vostra giustizia.

Prima di concludere devo rivolgere qualche parola di esortazione ai poveri negri. Gesù Cristo, infatti, è morto anche per loro. Non mi rivolgo a voi alla fine perché vi disprezzo, bensì perché desidero che quello che vi dirò rimanga impresso più profondamente nei vostri cuori. Cercate il Signore affinché Egli diventi la vostra giustizia! Anche voi potete trovare il Salvatore, perché in Cristo “non c’è né maschio né femmina, né schiavo né libero”! Anche voi, se credete in Cristo, potete diventare figli di Dio. Non avete mai letto nella Bibbia la storia dell’eunuco, ministro di Candace, regina d’Etiopia? Egli era un negro proprio come voi. Questo eunuco credette. La giustizia di Cristo divenne la sua giustizia. Egli fu battezzato. Credete e anche voi sarete salvati. Cristo è lo stesso oggi come ieri, e vi laverà col Suo sangue. Andate a casa allora, fate di questo testo una preghiera, ed implorate il Signore affinché Egli diventi la vostra giustizia.

Vieni Signore Gesù, vieni presto, riempi ogni cuore! Amen, Signore Gesù, Amen ed Amen!  by George Whitefield

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di God bless you " Non deviare dal Mio sentiero " Inviato su Sermoni vari

IL BUON PASTORE

IL BUON PASTORE

“Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano” (Giovanni 10:27-28).

Sermone d’addio ( L’ultimo sermone predicato da Whitefield a Londra, mercoledì 30 agosto 1769 prima della sua ultima partenza per l’America )

È un detto comune e, io credo, giusto, quello che afferma che il malcostume produce buone leggi. Non so se esso si possa o meno applicare ad ogni situazione di questo mondo, ma sono persuaso che sia molto adatto alle realtà spirituali: i modi, le parole, e la condotta malvagia degli uomini sono stati vinti dalla grazia sovrana di Dio, per produrre, ed essere la causa, dei migliori sermoni predicati dal Signore Gesù Cristo.

Si potrebbe immaginare che, essendo egli venuto quale Figlio di Dio, tutti si sarebbero convertiti alla sua predicazione; si potrebbe immaginare che sarebbero stati talmente colpiti dalla presenza dello Spirito di Dio che tutti avrebbero riconosciuto che egli era il Messia che doveva essere suscitato in Israele dopo Mosè. Tuttavia, è raro trovare passi in cui il Signore predicava un sermone e non c’era qualcuno che iniziava a cavillare su quello che diceva; anzi, l’avversione di costoro si manifestava spesso con veemenza. In molte occasioni gli uomini hanno manifestato verso Cristo quell’odio che li avrebbe portati poi a spandere il Suo sangue innocente. In questo capitolo Gesù dichiara di essere il buon pastore che depone la sua vita per le pecore, eppure gli dicono che è un indemoniato fuori di sé; leggiamo che nasce un dissenso tra i Giudei, e molti di loro dicono: “Ha un demonio ed è fuori di sé; perché lo ascoltate?”. Se il Signore fu servito in questa maniera, cosa dovrebbero aspettarsi i suoi servitori? Altri ancora dicono: “Queste non sono parole di un indemoniato. Può un demonio aprire gli occhi ai ciechi?”. Tutto ciò non scoraggia il nostro Signore; egli va avanti nella sua opera; e noi non andremo mai, mai avanti nell’opera di Dio fino a che, come il nostro Maestro, saremo disposti a procedere sia di fronte alle critiche che di fronte agli elogi; e dimostriamo al diavolo che non siamo disposti a lasciarci condizionare né dalle sue minacce, né dalle sue lusinghe.

Leggiamo che Cristo si trovava a Gerusalemme per la festa della dedicazione, e che era inverno; la festa durava, credo, sette o otto giorni e commemorava la ricostruzione del tempio e dell’altare, dopo che Antioco li aveva profanati. Questa festa fu certamente istituita dagli uomini e non da Dio, eppure non leggo che il nostro benedetto Signore e Maestro predicò contro di essa; non perse del tempo contro questa tradizione; il suo cuore era rivolto a cose ben superiori; e io credo che quando noi, come lui, siamo ripieni di Spirito Santo, non intratterremo le persone con dispute riguardanti riti e cerimonie, ma proclameremo il puro evangelo, e allora i riti e le cerimonie perderanno la loro importanza. Il nostro Signore non rifiuta di andare verso la festa; al contrario, egli passa di là, ma non per parteciparvi, quanto piuttosto per avere un’opportunità di gettare la rete dell’evangelo; e anche noi dovremmo seguire questo metodo, invece di disputare. È la gloria del Metodismo che sono passati quarant’anni e, ringrazio Dio, nessuno dei nostri predicatori ha mai scritto un singolo opuscolo che non riguardasse le dottrine essenziali della Scrittura.

Il Signore sfruttava al massimo ogni opportunità; leggiamo che “Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone”. Si potrebbe pensare che gli scribi e i Farisei lo avrebbero chiamato per salutarlo e chiedergli di predicare; ma invece lo lasciarono camminare sotto il portico. Alcuni credono che camminasse da solo. A me sembra di vederlo mentre passeggia osservando il tempio e, pensieroso ed afflitto, prevede la sua imminente distruzione e le calamità che si sarebbero abbattute su Gerusalemme perché non aveva riconosciuto il tempo in cui era stata visitata. Serviva a far vedere alla gente che non aveva paura di loro: passeggia, quasi a volerli invitare a parlargli, e se avessero avuto qualcosa da chiedergli egli era pronto a intervenire; e per mostrare loro, che anche se essi lo odiavano, lui era lì per loro, per predicargli la salvezza di Dio.

Al verso 24 di questo capitolo leggiamo che i Giudei chiesero a Gesù: “Fino a quando ci terrai con l’animo sospeso?”. Essi lo attorniarono mentre passeggiava sotto il portico di Salomone, per attaccarlo. E si adempiva così la profezia del Salmo: “Mi avevano circondato come api” (Salmi 118:12). Ora, la domanda rivolta a Cristo, “Fino a quando ci terrai con l’animo sospeso?”, può sembrare plausibile. In realtà, quegli uomini ritenevano che Gesù agisse come Absalom, il quale cercava con astuzia per accattivarsi il cuore della gente di Israele allo scopo di farsi proclamare Messia. Coloro che hanno la mente carnale hanno sempre interpretato in questo modo le azioni degli uomini pii. Sembra che i Giudei desiderassero che Gesù parlasse loro più apertamente a causa di alcuni dubbi: “Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente”. E non dubito che mentre parlavano con Cristo per ingannarlo, la loro espressione appariva estremamente umile e devota. Se non avesse risposto positivamente, lo avrebbero accusato di essere un codardo; se, invece, avesse confessato di essere il Cristo, lo avrebbero accusato davanti al governatore romano di voler usurpare il posto di Cesare. Il diavolo cerca sempre di far credere che il popolo di Dio, il quale è composto dalle persone più oneste che esistono nel mondo, sia rivoltoso e ribelle ai governanti. “Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente”.

Il nostro Signore non li lascia in attesa, ma subito risponde dicendo: “Io ve l’ho detto, ma voi non credete; le opere che faccio nel nome del Padre mio, sono quelle che testimoniano di me”. Se avesse detto: “Io sono il Messia”, l’avrebbero accusato; egli sapeva di dover essere “prudente come il serpente e semplice come la colomba” (Matteo 10:16). E aggiunge: “Voi non credete, perché non siete delle mie pecore”. Egli ripete per ben due volte che il loro cuore è incredulo, in quanto la loro incredulità era la cosa che più rattristava il suo cuore. Il nostro testo continua: “Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Le mie pecore ascoltano la mia voce; pensate di mettermi in difficoltà, di contrariarmi, ma vi sbagliate; non credete in me perché non siete delle mie pecore. Solomon Stoddard una volta ha predicato sulle parole di Cristo: “Voi non credete, perché non siete delle mie pecore”. Può sembrare un testo che difficilmente si adatta alla predicazione, per convincere coloro che ascoltano! Eppure Dio benedì a tal punto quella predicazione, che duecento persone su trecento furono risvegliate tramite quel sermone: Dio benedica in questa maniera il lavoro di tutti i suoi fedeli ministri.

“Le mie pecore ascoltano la mia voce, e mi seguono”. È importante notare che ci sono solo due tipi di persone menzionati nella Scrittura: non si parla di Battisti e Indipendenti, né di Metodisti e Presbiteriani; no, Gesù Cristo divide il mondo intero in due sole classi, pecore e capre: il Signore ci aiuti a comprendere a quale di esse apparteniamo.

Osserviamo che i credenti sono sempre paragonati a qualcosa che è buono e utile, mentre per gli inconvertiti accade il contrario. Con l’aiuto di Dio, cercherò di illustrarvi il motivo per cui Cristo chiama i suoi pecore. Le pecore, come sapete, vivono insieme; infatti parliamo sempre di greggi di pecore; sono creature piccole, e il popolo di Cristo può essere chiamato così perché sono piccoli agli occhi del mondo, e ancora di più ai loro stessi occhi. Tra noi non ci sono “molti savi secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili, ma Dio ha scelto le cose stolte del mondo per svergognare le savie; e Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti” (1 Corinzi 1:26-27). Isaac Watts disse: “Qui vedo un re, e lì un grande uomo, ma il loro numero è esiguo”.

Le pecore sono tra gli animali più innocui e mansueti creati da Dio: oh, voglia il Signore, nella sua infinita misericordia, confermarci che siamo sue pecore, infondendo nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo questo santo atteggiamento di mansuetudine. “Imparate da me”, disse il nostro benedetto Signore. A fare cosa? Forse compiere miracoli? No: “Imparate da me, perché io sono mansueto ed umile di cuore” (Matteo 11:29). Un uomo pio disse una volta che se c’era una particolare condizione d’animo che egli desiderava più di ogni altra, questa era l’umiltà; sopportare con mitezza i maltrattamenti, dimenticare e perdonare: e sebbene colpito, per grazia vincere il male col bene. La Scrittura onora Mosè testimoniando che egli era “un uomo molto mansueto, più di chiunque altro sulla faccia della terra” (Numeri 12:3). L’umiltà è necessaria per gli uomini di potere; le persone passionali sono pericolose.

Tutti sapete che le pecore, tra tutte le creature del mondo, sono quelle che tendono a vagare e a smarrirsi più facilmente; il popolo di Cristo può dunque, giustamente, essere rapportato alle pecore; perciò, nell’introdurre il servizio di questa mattina diciamo: “Noi tutti come pecore eravamo erranti, ognuno di noi seguiva la propria via” (Isaia 53:6). Abbandonate un cane o un cavallo: essi troveranno la strada per tornare a casa. Ma non le pecore. Così anche noi, facilmente ci perdiamo e quando distogliamo lo sguardo dal buon pastore cominciamo a vagare qua e là e, avendo perso il senso dell’orientamento, torniamo all’ovile stanchi e feriti.

Ma, al tempo stesso, le pecore sono molto utili. Esse preparano infatti i terreni per la semina; ci forniscono la loro lana per coprirci, e non c’è nulla della pecora che, in un modo o in un altro, non serva a qualcosa: oh, fratelli miei, che il Signore faccia in modo che anche in questo il nostro carattere assomigli a quello delle pecore e ci renda utili nell’opera sua! Il mondo ci accusa di annullare le buone opere perché predichiamo la salvezza per fede; ma è una calunnia. I credenti sono persone che lavorano con le proprie mani per dare quello che possono a tutti coloro che ne hanno bisogno.

Osserviamo anche che Cristo dice: “Le mie pecore”. Oh, sia benedetto Dio per quella piccola grande parola: “mie”! I credenti appartengono a Cristo! Il Padre ci ha eletti in lui: “Il Padre mio, che me le ha date”. Queste pecore furono date da Dio Padre a Gesù Cristo, nel patto che stabilirono prima della fondazione del mondo. La mia preghiera è che coloro che non comprendono queste verità, ricevano più luce. Sono convinto, infatti, che molti di essi siano dei veri credenti. Però, anche se il loro cuore ha sperimentato la grazia, la loro mente ha bisogno di più chiarezza intorno a queste verità. Che Dio ci aiuti ad amarci l’un l’altro con cuore sincero!

Cristo le chiama “le mie pecore”; gli appartengono perché le ha acquistate. Oh, peccatori, peccatori! Questa mattina siete venuti qui per ascoltare una povera creatura dare il suo saluto d’addio, ma vorrei che dimenticaste colui che predica in questo Tabernacolo, perché vorrei portarvi in un altro luogo. Mi direte: “Ma dove vuoi portarci”? Al Calvario! Al Calvario per contemplare il sangue che Cristo ha sparso per acquistare coloro che il Padre gli ha dato. Cristo ha redento gli eletti col suo sangue, soddisfacendo in questo modo la giustizia divina in base al patto che aveva stabilito col Padre. É stato un compito duro e doloroso, ma Cristo fu disposto ad essere ubbidiente fino alla morte della croce, affinché io e voi potessimo scampare dall’ira a venire.

Le pecore sono di Cristo perché nel giorno in cui Dio le visita con potenza esse sono rese capaci di seguire volontariamente il buon pastore: “Le mie pecore ascoltano la mia voce ed esse mi seguono”. Ponete ben mente a queste cose! Ecco un’allusione a un pastore. Ora, in alcuni passi della Scrittura, è detto che il pastore “segue” le pecore (2 Samuele 7:8; Salmi 78:71), come avviene qui in Inghilterra. Tuttavia, in Oriente, il pastore solitamente precede il gregge e, col bastone in mano, chiama le pecore in un modo particolare ed esse seguono il suo richiamo. Cristo dice che le sue pecore ascoltano la sua voce. Il Padre fece udire la sua voce e disse: “Questi è il mio amato Figlio in cui mi sono compiaciuto: ascoltatelo”. E in un’altra occasione disse: “In verità, in verità vi dico: l’ora viene, anzi è venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio e coloro che l’avranno udita vivranno”. Ora, la domanda è: cosa significa udire la voce di Cristo?

Prima di udire la voce di Cristo bisogna udire la voce di Mosè, ovvero la voce della legge di Dio. Non si può giungere al monte Sion se prima non si passa per il monte Sinai! Questa è l’unica via! So che ci sono alcuni che non sono in grado di indicare quando si sono convertiti, ma il modo di operare del Signore non lascia quasi mai in questa incertezza. Coloro che sono stati salvati, prima di vedere la salvezza della croce, hanno udito la condanna della legge. Voglio dire che la chiamata salvifica alla vita è sempre preceduta dal confronto con la legge di Dio. Come quando fa freddo stringiamo di più il nostro cappotto, così la legge fa stringere l’uomo alla sua corruzione (Romani 7:7-9); ma, quando l’Evangelo di Cristo rischiara la sua anima, il peccatore si spoglia della corruzione alla quale era attaccato inseparabilmente e allora Cristo dichiara che i suoi peccati sono rimessi. I credenti ascoltano la voce di Cristo nel senso che essa, abitualmente, è oggetto dei loro pensieri. Quando erano figli del diavolo ascoltavano continuamente la sua voce, la voce della concupiscenza della carne, della concupiscenza degli occhi e dell’orgoglio della vita. Ma quando Dio li ha chiamati, hanno udito la voce del sangue che parlava di riconciliazione col Padre e da allora vivono ascoltando la voce della Parola e dello Spirito.

Quando uno ascolta veramente la voce di Cristo, la prova è che egli segue il Maestro. Gesù disse: “Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”. I santi in gloria sono descritti come coloro che hanno seguito l’Agnello ‘dovunque’ (Apocalisse 14:4). Seguire Cristo significa seguirlo ogni istante della nostra vita, in ogni gesto, in ogni parola e in ogni circostanza. Quando il pastore fa un segno col bastone, la pecora segue quell’indicazione. I veri credenti, dopo aver atteso che il buon pastore mostri loro la via col bastone, camminano dietro di lui imitandolo nel modo di pensare, di parlare e di operare.

Ora, fratelli miei, prima di procedere oltre, lasciate che rivolga un appello a coloro che ancora non appartengono al piccolo gregge di Cristo. Spero che il mondo non abbia già catturato i vostri cuori e la vostra attenzione a quest’ora del mattino! Adesso, mentre siete qui, voglio chiedervi se avete la certezza di appartenere a Cristo. Uomo, donna, peccatore, metti la mano sul tuo cuore e rispondimi. Hai mai udito la voce di Cristo così potente da persuaderti a seguirlo rinunciando a te stesso ed affidandoti completamente a lui? Credo nel profondo del mio cuore (ed è per me motivo di conforto, ora che sto per lasciarvi) di parlare questa mattina ad una moltitudine di persone, di preziose anime, che hanno udito la voce del Figlio di Dio e che, se parlassero ora, direbbero: “Ringraziato sia Dio perché possiamo seguire Cristo con mansuetudine come pecore; sebbene ci vergognamo per tutte le volte che ci siamo allontanati da lui, e per il poco frutto che portiamo”. Se questo è il linguaggio dei vostri cuori, prego che abbiate gioia; benvenuta, benvenuta, cara anima, a Cristo! Oh, sia benedetto il Signore per la ricchezza della sua grazia, per il suo amore sovrano e particolare, che egli ha per te e per me. E se egli vi ha fatto udire la sua voce per mezzo di un povero miserabile peccatore, sia al Signore Gesù Cristo tutta la gloria.

Se appartieni a Cristo, egli sta parlando di te quando dice: “Io conosco le mie pecore”. Cristo conosce il numero delle sue pecore, i loro nomi, egli conosce ognuno di coloro per cui è morto! Se tra costoro ne mancasse soltanto uno, il Padre manderebbe di nuovo il Figlio a prenderlo. Il nostro amato Signore disse: “Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato” (Giovanni 18:9). Cristo conosce i suoi personalmente e li cura uno ad uno. Le sue attenzioni sono così particolari, quasi ci fosse solo quella pecorella al mondo. Agli ipocriti egli dirà: “Io non vi ho mai conosciuti”. Ma egli conosce i suoi santi; i nostri travagli, i nostri dolori e le nostre tentazioni non gli sono sconosciuti. Cristo raccoglie tutte le nostre lacrime come in un contenitore e sa quali prove sosteniamo. Egli conosce la corruzione della nostra vecchia natura, scruta da vicino ogni nostro movimento e fa in modo che non ci perdiamo. Ricordo che il dottor Marryat, predicando, disse: “Dio ha un grande cane da pastore che fa tornare le pecore smarrite”. È vero! Quando i credenti si allontanano da Cristo, Dio sguinzaglia il diavolo e lascia che abbai forte. Satana, invece di raggiungere il suo scopo, viene usato da Dio per recuperare le pecore smarrite.

C’è una preziosa parola che vorrei che notaste: il Signore conosce i suoi! Quale conforto in questo pensiero! A volte pensiamo che egli non oda le nostre preghiere e siamo pronti a credere che si sia dimenticato di noi; ma quale grazia sapere che noi siamo suoi e che egli ci conosce! Quando veniamo accusati ingiustamente e siamo giudicati quello che non siamo, quale pensiero può consolarci e fortificarci se non quello che il Signore ci conosce?

Ma, fratelli, c’è qualcosa di più, qualcosa di ancora migliore: “Io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Oh, che queste parole inondino i vostri cuori di calore e di luce come accadde a me 35 anni fa! Ricordo che ero così restio ad intraprendere il ministero cristiano che non ho pregato per nessun’altra cosa con tanta intensità, non perché volessi fare quel passo, ma perché non volevo farlo! Ho pregato mille volte col sudore che grondava dal mio volto che Dio, nella sua infinita misericordia, impedisse che io entrassi nel ministero prima che lui stesso mi avesse chiamato. Una volta, a Gloucester (ricordo molto bene quel luogo e ogni volta che sono a Gloucester e passo di lì alzo gli occhi, guardo la finestra e penso al giaciglio sul quale mi sono disteso), ho detto: “Signore, non posso predicare. Mi gonfierò d’orgoglio e cadrò nella condanna del diavolo. Signore, è meglio che passi ancora un po’ di tempo”. Ho chiesto a Dio di permettermi di passare ancora due o tre anni ad Oxford perché avevo intenzione di preparare circa 150 sermoni allo scopo di cominciare con una buona riserva di materiale e più serenità. Pregavo e supplicavo Dio e dicevo: “Signore, non sono adatto a predicare la tua Parola, non mandare me, non mandarmi adesso”. Scrissi ai miei amici chiedendo loro di pregare allo stesso modo, ma tutti insistevano che io entrassi nel ministero nonostante non avessi ancora compiuto 22 anni. Tutti i miei tentativi si rivelarono vani e fu allora che queste parole benedirono grandemente il mio cuore: “Le mie pecore ascoltano la mia voce, e nessuno le rapirà dalla mia mano”.

Voglia Dio che queste parole possano produrre nel vostro cuore lo stesso effetto che produssero nel mio! Il nostro amato Signore sapeva che saremmo sempre stati attanagliati dal dubbio e che avremmo temuto di non raggiungere la beatitudine celeste; perciò ha dichiarato: “Io do loro la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia mano”.

Il nostro testo fa tre dichiarazioni. Cristo afferma di conoscere le sue pecore. Inoltre, dice che non periranno mai. Anche se i credenti spesso pensano che periranno a causa della propria corruzione e della propria concupiscenza, Cristo dice: “Non periranno mai”. Se le ho chiamate fuori dal mondo e le ho unite e me, come posso abbandonarle all’inferno e alla morte? Gesù Cristo ha donato ai suoi la vita eterna. La sua promessa è per noi una certezza, un pegno, una garanzia della gloria eterna e lo Spirito Santo che ci è stato dato è il ‘sigillo’ della nostra eredità. In terzo luogo, Cristo promette ai credenti che nessuno li rapirà dalla sua mano. Egli li protegge con la sua mano, cioè mediante la sua infinita potenza. Chi potrà impedire al buon pastore di curare le sue pecore?

C’è sempre qualcuno o qualcosa che tenta di rapire i credenti dalla mano di Cristo. Il diavolo, la concupiscenza della carne, degli occhi e l’orgoglio della vita cercano di dividere i cristiani dal loro amato Salvatore. Oh fratelli! Non siamo noi stessi che molte volte diamo una mano a questi nemici affinché riescano nel loro intento? Ma nessuno può rapirci dalla mano di Cristo, nemmeno la corruzione e la debolezza del nostro cuore! “Io do loro vita eterna”, dice Cristo, “vado in cielo a preparare loro un luogo, così saranno sempre con me”. Quali promesse! Quale certezza di fede! Nessuno può rapirci dalla mano di Cristo! La nostra vita è sicura nelle sue mani! Non c’è un passo migliore a sostegno della dottrina della perseveranza finale dei credenti. Mi meraviglio che ci siano alcuni cristiani sinceri che si oppongano a questo insegnamento. Quanto a me, affido me stesso, i miei cari e tutte le pecore di Cristo alla protezione del suo eterno amore.

Questa mattina, mentre venivo qui attraversando la città, mi sembrava di essere come un condannato a morte. Quando sono sceso dalla carrozza e vi ho visti affrettarvi al luogo del nostro incontro, mi siete apparsi come coloro che accorrono al luogo dell’esecuzione. Quando mi stavo cambiando l’abito preparandomi per predicare, ho pensato che stavo per dare spettacolo alla folla spargendo il mio sangue per il nome del Signore Gesù Cristo! Invoco Dio quale testimone, gli angeli, i cieli e la terra che non ho evitato di soffrire per il nome del Signore! Avrei potuto accettare le numerose offerte che ho ricevuto come, ad esempio, i due distretti che il vescovo Benson mi ha offerto quando non avevo ancora 22 anni, ma ho rifiutato! Oh Signore, tu lo sai! Tu lo sai che non ho cercato il mio interesse né il mio benessere, ma che dal principio del ministero ho scelto di soffrire per Cristo e che oggi, in questa grande città, questo è ancora il mio sentimento!

Pensavo anche che Giacobbe, quando attraversò il Giordano aveva, almeno, il suo bastone, ma io, quando cominciai i miei studi ad Oxford, non avevo nemmeno quello. Non avevo amici, non avevo servi, non avevo nessuno che potesse aiutarmi ad ambientarmi. Dio solo, lo Spirito Santo si compiacque di prendersi cura di me affinché predicassi il nome di Cristo ai peccatori. E fino ad oggi, sostenuto dalla potenza divina, ho continuato ad annunciare Cristo e i miei sentimenti verso l’opera di Dio e verso il suo popolo sono rimasti gli stessi. Le due congregazioni di cui mi sono preso cura in questa città sono care allo stesso modo al mio cuore. Dio mi ha onorato grandemente concedendomi di potergli dedicare due edifici affinché il suo nome venisse adorato.

Quando mi sono recato in Georgia la prima volta, ho affidato tutti i miei pesi di Londra nelle mani di Dio. Allora, potevo predicare praticamente in tutte le chiese di Londra e c’erano sempre dodici o quattordici tutori dell’ordine che sorvegliavano l’entrata per impedire che troppe persone si riversassero in chiesa. Centinaia di persone mi proposero di stabilirmi a Londra, ma ho sempre rifiutato queste offerte perché volevo annunciare il nome di Cristo in terre straniere e rimanere un pellegrino sulla terra. Spero e prego che ancora oggi questo sia il sentimento che mi spinge a partire ancora una volta.

Ora sono giunto alla parte più difficile del discorso. Questa mattina, quando sono uscito di casa, avevo paura di non essere in grado di sopportare questo momento, ma prego che il Signore mi sostenga e mi aiuti anche mentre ci diciamo addio. Questa è la tredicesima volta che mi accingo ad attraversare l’oceano e a quest’età penso che avrò qualche problema. Sebbene tutta la mia forza non è ormai altro che debolezza. sono pienamente convinto che questa sia la volontà di Dio. La pace che sopravanza ogni intelligenza riempie il mio cuore! Nelle mani del Padre rimetto il mio spirito! Sia questo anche il vostro sentimento e chiedete al Signore che guardi il mio cuore e che nulla possa rapirmi dalla sua mano. Mi aspetto molte tentazioni, soprattutto a bordo. Satana, infatti, attende sempre questo appuntamento, ma colui che mi ha preservato nel passato mi proteggerà anche questa volta e mi libererà dal maligno.

Ringrazio Dio che lascio l’opera di Londra in un buono stato, nella pace e nella quiete. Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera è che nessuno vi rapisca dalla sua mano. Siate voi a testimoniare contro di me se ho cercato di trarre discepoli dietro a me! Dov’è quel ministro della Parola che può dire che mi ha sentito sconsigliare o vietare a qualcuno di recarsi ad ascoltare un qualsiasi vero predicatore dell’Evangelo? Ringrazio Dio che mi ha aiutato a fortificare le mani di tutti, anche se poi qualcuno si è vergognato di me. Vi confesso che sono convinto che il Signore sarà con me e mi fortificherà rispondendo così alle suppliche che gli avete rivolto in mio favore. Se la nave dovesse affondare e io dovessi annegare, mentre le onde mi sommergeranno dirò: “Oh Signore, guarda i miei cari a Londra, guarda i miei cari fratelli in Inghilterra, che nessuno li rapisca dalla tua mano”.

Oh fratelli miei, non dubito che qualcuno di voi sarà chiamato alla casa del Padre prima del mio ritorno. Ma, miei amati fratelli, e voi tutti presenti, che importa? Cristo ci ha donato vita eterna; ci separeremo, ma per incontrarci di nuovo e per l’eternità. Adesso non riuscirei a salutarvi, sarebbe troppo doloroso guardarvi mentre camminate allontanandovi da me. Fra breve, però, non ci sarà più bisogno di dirci addio ed ogni lacrima sarà asciugata dai nostri occhi. Voglia Dio che nessuno di coloro che adesso stanno piangendo per la mia partenza pianga nel giorno in cui compariremo al cospetto di Dio per essere giudicati. Se qualcuno di voi non è ancora parte del gregge del Signore, che il Padre vi attiri ora a Gesù Cristo! Affrettatevi peccatori, affrettatevi! Non rifiutate di ascoltare colui che vi parla dal cielo! Venite, gustate e vedete quanto è buono il Signore. Voglia il grande pastore delle pecore trarvi a sé! Se non avete mai ascoltato la voce di Cristo, prego che possiate udirla adesso! Quale conforto sarebbe per me sapere che il mio ultimo sermone tra voi è stato usato da Dio per risvegliare alcuni peccatori dal sonno della morte! Sia questo per voi un vero sermone d’addio, affinché possiate dire addio al mondo, alla concupiscenza della carne, degli occhi e all’orgoglio della vita! Venite! Venite! Al Signore Gesù Cristo; vi lascio a lui.

E voi, care pecorelle del Signore, che già siete nelle sue mani, oh possa Dio guardarvi dalla confusione e dallo sviamento; vi conduca sempre ai piedi di Cristo; non importa chi è il vostro pastore, fintanto che siete sotto la cura e la guida del sommo pastore e vescovo delle anime vostre.

Che il Signore Iddio vi preservi, faccia risplendere su voi la luce del suo volto e vi dia pace. Amen. by George Whitefield

di God bless you " Non deviare dal Mio sentiero " Inviato su Sermoni vari

DUE PAROLE DALLA CROCE

DUE PAROLE DALLA CROCE

“Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!» Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua“ (Giovanni 19:25-27).

Nessuna bocca di donna tradì il Signore, nessuna mano di donna lo percosse, anzi, i loro occhi hanno pianto ed erano fissi su Lui affranti dal dolore. Dio benedica tali donne! Se consideriamo quanto hanno amato il Signore, non possiamo fare a meno di guardare a queste donne con ammirazione: “Gesù dunque, vedendo sua madre e presso a lei il discepolo ch’egli amava, disse a sua madre: Donna, ecco il tuo figlio!” (Giovanni 19:26).

Che triste spettacolo! In quel momento si stava adempiendo la parola di Simeone: “E a te stessa una spada trapasserà l’anima” (Luca 2:35).

Il Salvatore, vedendo Giovanni accanto a lei ha forse voluto dirle: “Donna, stai perdendo tuo figlio, ma al tuo fianco v’è qualcuno che si prenderà cura di te in mia assenza”. “Donna, ecco tuo figlio!”.

“Poi disse al discepolo: Ecco tua madre!” (Giovanni 19:27). “Prendila come madre e abbine cura come ho fatto io” Coloro che amano maggiormente Cristo hanno l’onore di prendersi cura della Sua Chiesa e dei Suoi poveri, Non dite mai a delle persone povere. siano essi vedove oppure orfani, “Costoro sono un grande peso per me!”, Oh, no! Dite piuttosto: “Essi sono un grande onore per me, poiché il Signore li ha affidati alla mia cura”, Giovanni dovette pensare a questo prendendosi cura di Maria; facciamo lo stesso anche noi, Gesù scelse “il discepolo che Egli amava” per affidare alle sue cure la propria madre, Oggi allo stesso modo, Egli sceglie coloro che ama affinché gli afflitti possano trovare rifu-gio sotto la loro protezione, Accoglieteli con gioia e trattateli con cortesia.

“E da quel momento il discepolo la prese in casa sua”. Vi aspettavate che Giovanni facesse questo gesto? Ma certamente perché Egli amava il Signore e coloro che Egli aveva affidato alle sue cure.

“Dall’ora sesta si fecero tenebre su tutto il paese, fino all’ora nona. E, verso l’ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?» cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»“ (Matteo 27:45,46).

Ci furono tenebre su tutta la terra “fino all’ora nona” e questo grido si fece strada tra quelle tenebre. Sebbene in ogni versetto della Parola di Dio ci sia un chiarore abbagliante, come un raggio che procede dal Sole della Giustizia, non possiamo non riscontrare un senso di impenetrabile oscurità in questa esclamazione di Gesù, oscurità nella quale a momenti la nostra anima viene meno a motivo dell’angoscia. In quell’istante il Signore stava vivendo il momento più oscuro della Sua vicenda terrena. Ormai da ore si trovava sotto il torchio della sofferenza e la Sua missione stava per compiersi. Aveva raggiunto il culmine dell’angoscia mortale e queste parole scaturivano da quella situazione umanamente insostenibile. Non credo che il mondo ricordi un’espressione più angosciosa di questa, nulla regge al confronto di questo grido di tormento. Questo è il momento in cui potete affacciarvi sul vasto abisso della sofferenza di Gesù e sebbene vi sforziate di vedervi il fondo non riuscirete a scorgere nulla: soltanto tenebre smisurate e insondabili. E pensare che questo abisso è stato aperto dal nostro peccato e dall’amore immenso che il Signore prova per noi. Sebbene sia qualcosa di incomprensibile, non possiamo fare altro che adorare il nostro Gesù. Spero che questo argomento possa far comprendere un po’ meglio ai figliuoli di Dio quale grande debito li leghi al Signore che li ha redenti. Sarete in grado di pesare all’amore di Gesù dalla profondità del Suo dolore, ammesso che lo si possa percepire adeguatamente. Pensate quale prezzo ha dovuto pagare il nostro Gesù per riscattarci dal potere della morte! Rendendovi conto di tutto questo, direte a voi stessi: “Dobbiamo essere una gente santa, poiché quale amore dovremmo manifestare nei confronti di Colui che ha sopportato una simile pena per preservarci dall’ira a venire?”

Personalmente, non posso avere la presunzione di tuffarmi dentro l’abisso di cui vi parlavo per farvelo esaminare, ma posso condurvi al suo bordo e permettervi di guardarvi dentro chiedendo allo Spirito di Dio di concentrare la vostra attenzione sulle parole del Signore morente.

Prima di tutto il nostro pensiero si soffermerà sul fatto in sé ovvero sul tipo di sofferenza prodotta dall’abbandono da parte di Dio.

In secondo luogo, considereremo la domanda che Gesù rivolse a Dio in quanto è proprio la parola “perché” che introduce il nostro testo. Infine noteremo insieme la risposta vale a dire il frutto della Sua sofferenza. La risposta alla domanda di Gesù arrivò dolcemente al Suo cuore senza bisogno di parole; ci rendiamo conto di questo quando Egli esce definitivamente dall’angoscia con il grido di trionfo: “E’ compiuto”.

La Sua missione era giunta al termine e il peso dell’alienazione da Dio era la parte principale della missione che Egli aveva intrapreso per amore nostro.

IL FATTO: CIÒ CHE IL SIGNORE HA SOFFERTO

Dio Lo aveva abbandonato. Il dolore della mente era dunque più acuto di quello del corpo. Potrete trovare il coraggio e sopportare le pene del corpo finché il vostro spirito sarà audace e fiero, ma nel momento in cui l’anima stessa viene toccata e la mente viene sopraffatta dall’angoscia, allora ogni dolore diventerà insopportabile e niente lo potrà placare. Le afflizioni spirituali danno luogo alle peggiori sofferenze, ma se Dio assicura il Suo conforto, diventeranno sopportabili. Si potrà essere atterrati, ma non disperati. Come Davide, potremo dire a noi stessi: “Anima mia, perché t’abbatti? Perché ti commuovi in me? Spera in Dio perché io lo celebrerò ancora” (Salmo 42:5).

Al contrario, se solo per una volta la rassicurante luce della presenza di Dio venisse a mancare, credo che ne deriverebbe una sofferenza paragonabile al preludio delle pene eterne. Questo è il più grande dei pesi che possono gravare sul cuore di un uomo. Questo peso ha indotto il salmista a supplicare Dio dicendo: “Non nascondermi il Tuo volto, non rigettare con ira il tuo servitore”. Anche noi potremmo essere in grado di sopportare un corpo sanguinante e uno spirito frustrato, ma la consapevolezza dell’assenza di Dio sarebbe qualcosa di inaccettabile. Quando Egli nasconde la Sua faccia e stende un velo davanti alla Sua presenza, chi potrà sopportare le tenebre che ne deriveranno?

Questo grido contraddistingue la fase più profonda della sofferenza del Salvatore. L’abbandono era reale. Sebbene da un lato il Salvatore avrebbe potuto affermare che Egli non era stato del tutto dimenticato, era altrettanto vero che in concreto Dio” lo aveva realmente abbandonato. Non è stata certamente una mancanza di fede da parte di Gesù considerarsi abbandonato dal Padre; forse la nostra fede può venire meno, e questo ci porta a dubitare della cura di Dio nei nostri riguardi, ma non fu questo il caso di Gesù.

La Sua fede non venne meno neppure per un momento, infatti, Egli esclamò due volte. “Dio mio!” La potente fede di Gesù era doppiamente radicata! Egli sembra dire: “Dio mio, anche se Tu mi hai abbandonato, io non ho abbandonato Te”. Da questa domanda di Gesù non traspare alcuna esitazione dovuta ad una mancanza di fede, tutto era estremamente reale, reale in modo spaventoso. Dio Lo aveva privato della Sua confortante presenza e Gesù aveva avvertito il peso di questa condizione.

Non era la fantasia delirante di un moribondo, sopraffatto dalla febbre mortale, né l’espressione di uno spirito avvilito e scoraggiato dall’imminente trapasso. Gesù è stato lucido fino all’ultimo secondo. Egli sopportò con coraggio i dolori, la perdita delle forze, gli scherni, la solitudine, senza lamentarsi in alcun modo di quell’esecuzione così crudele, dell’umiliazione o degli insulti. I Vangeli non riportano da parte Sua altri segni di insofferenza, al di fuori dell’espressione “Ho sete”, un’esigenza più che naturale in quelle circostanze. Tutte le altre torture del corpo sono state sopportate in silenzio; tuttavia rendersi conto dell’allontanamento da Dio era veramente troppo; per questo Gesù ha gridato: “Lamà Sabactanì?” Quel lamento era rivolto al Suo Dio. Egli non ha detto: “Perché Pietro mi ha rinnegato? Perché Giuda mi ha tradito?” Questi furono per Cristo dei dolori assai penosi, ma uno era di gran lunga più bruciante: “Mio Dio, mio Dio, perché Tu mi hai abbandonato?” L’abbandono non era un fantasma creato dalla Sua mente in quella situazione limite, ma era una condizione del tutto reale. La sensazione di abbandono fu molto forte. Dio non è solito abbandonare i Suoi figli e servitori. I Suoi santi, quando giungono alla morte e sono assediati dal dolore e dalla sofferenza, sanno di averLo alloro fianco. Essi sono in grado di cantare: “Quand’anche io camminassi nella valle dell’ombra della morte, non temerei male alcuno, perché tu sei meco” (Salmo 23:4). I credenti prossimi alla morte hanno la chiara visione della presenza di Dio. La nostra esperienza ci insegna che sebbene a volte succeda di non avvertire la presenza di Dio in maniera evidente, ciò non avviene mai nel momento del trapasso, o nella morsa della prova. Con riguardo ai tre giovani amici di Daniele, le Scritture non affermano che il Signore sia stato visibilmente vicino a loro prima di entrare nella fornace, ma quando si trovarono all’interno di essa la presenza di un essere soprannaturale fu evidente e tutti se ne accorsero. Ebbene, la volontà di Dio è quella di tenere compagnia al Suo popolo afflitto, eppure Egli abbandonò il Suo figliuolo nell’ora della tribolazione! Iddio non ha mai abbandonato i Suoi martiri e tutti coloro che hanno lottato per la Sua causa fino allo stremo: sfogliate la Bibbia, leggete le cronache di tutti i cristiani perseguitati e vi accorgerete che i loro ultimi momenti di vita furono illuminati dalla tangibile testimonianza della presenza del loro Signore. La fede dei credenti si è sempre fortificata sulla certezza che la presenza di Dio non si sarebbe allontanata da loro nell’ora della prova e malgrado le sofferenze del corpo tale presenza sarebbe stata il conforto dei martiri e un’efficace spinta a sopportare la morte e le più atroci sofferenze. La morte non sarebbe stata di certo un letto di rose, ma sicuramente la porta che dischiude l’accesso alla vittoria. I dolori potevano essere lancinanti, la morte tragica, ma l’amore di Cristo avrebbe addolcito ogni spasimo e condotto alla gloria eterna. No, Dio non è solito abbandonare i Suoi figliuoli, né lasciare l’ultimo dei Suoi in balia delle sofferenze… Ma per il nostro Signore l’abbandono fu davvero singolare. Il Padre Lo aveva forse lasciato in precedenza? Trovate a questo proposito in qualche passo dei Vangeli dei motivi di lamentela da parte di Gesù? No, anzi Egli disse in una occasione: “Padre, io so che tu mi esaudisci sempre” (Giovanni Il :42). Gesù ha vissuto in costante comunione con Dio. Il Suo rapporto era costante, evidente e intimo, ma in quel momento Egli dovette fare i conti con l’angoscia della Sua alienazione. Questo è un enigma che trova spiegazione solo nel grande amore che ha spinto Gesù a dare Sé stesso per noi. Nell’adempimento del Suo amorevole proposito non evitò neppure questa tremenda sofferenza: l’assenza di Dio. Questa assenza fu realmente tenibile. Chi potrà mai descrivere appieno cosa significhi essere abbandonati da Dio? Possiamo solo immaginarIo sommariamente, sulla base delle nostre esperienze di temporaneo e parziale abbandono. Dio non ci ha mai abbandonato del tutto; Egli dice nella Sua parola: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò”, eppure, a volte ci siamo sentiti lontani da Lui. Abbiamo gridato spesso: “Oh, sapessi dove trovarlo!” Lo splendore del Suo amore si è offuscato e, di conseguenza, abbiamo provato un senso di sgomento. Tutto questo, anche se in minima parte, può illustrarci i sentimenti del nostro Salvatore in quegl’istanti di totale solitudine. Gesù Cristo non poteva evocare nessun pensiero che Lo consolasse in quella terribile situazione. Era l’ora in cui si stava presentando a Dio come Colui che toglie il peccato del mondo, in armonia con la profezia che afferma: “Egli è stato annoverato fra i trasgressori perché ha portato i peccati di molti” (Isaia 53:12) e ancora: “Egli è stato fatto peccato per noi” (Il Corinzi 5:21). Pietro scrive: “Egli si è caricato dei nostri peccati. Portandoli alla croce” (I Pietro 2:24). Gesù in quel momento non poteva contare su alcun aiuto soprannaturale, era nel vivo della Sua missione, era diventato “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1 :29).

Egli ha dovuto sopportare contemporaneamente il peso dei nostri peccati e l’alienazione da Dio dal quale non si era mai distaccato. Nessuna testimonianza del favore divino venne a Lui in quei momenti. In passato si era spesso udita una voce dal cielo che diceva: “Questo è il mio diletto figliuolo nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3:17), ma in quella occasione gli oracoli di Dio furono silenziosi. Egli era appeso ad un legno come una cosa maledetta, poiché è scritto: “Maledetto chiunque è appeso al legno” (Galati 3:13). Se fosse piaciuto al Padre, Egli poteva inviare dodici legioni di angeli per essere liberato, ma nessun angelo Lo confortò dopo la notte nel Getsemani. Gli schernitori avrebbero potuto liberamente sputarGli in viso perché nessun angelo sarebbe venuto a difendere la Sua dignità. Lo avrebbero potuto legare e flagellare, senza che nessun membro dell’esercito celeste venisse a fare schermo alle frustate. Avrebbe potuto essere legato alla croce con rozze funi e poi issato in posizione verticale. avrebbe potuto essere beffato, ma nessuna schiera di spiriti ministratori si sarebbe impegnata a liberare il Principe della vita. Egli sembrava del tutto dimenticato “battuto da Dio ed umiliato” (Isaia 53:4), abbandonato nelle mani di uomini sanguinari, mani che procurarono una morte inclemente al Figliuolo di Dio.

A questo punto non ci meraviglia la Sua espressione di angoscia mentre chiedeva: “Dio mio. Dio mio perché mi hai abbandonato?” Ma questo non fu tutto. Non solo si erano interrotti i canali di comunicazione che legavano Gesù al Padre, ma perfino il pensiero confortante del favore di Dio nei Suoi riguardi si era esaurito. Questo pensiero era chiaramente espresso quando Gesù, anticipando le Sue sofferenze, disse ai Suoi discepoli: “Sarete dispersi, ognuno nel suo luogo e mi lascerete solo, ma io non sono solo perché il Padre è con me” (Giovanni 16:32). Questo era il Suo costante motivo di conforto, ma anche quest’ultimo appiglio stava per essere rimosso. Lo Spirito di Dio non avrebbe confortato la parte umana del Suo spirito. Non era possibile che il Giudice sorridesse davanti a Colui che rappresentava la colpevolezza dell’intero genere umano. Sebbene il nostro Signore non avesse perso la Sua fede, come avrete potuto notare in precedenza, Egli non poté contare su alcuna consolazione, né su alcun conforto interiore.

Uno scrittore ha dichiarato che Gesù non sperimentò l’ira di Dio, ma si limitò a soffrire per la separazione dalla comunione divina. Qual è la differenza? Il sottrarre calore o il produrre il freddo conduce forse a degli effetti dissimili? Gesù si rese conto che il favore di Dio non poteva coprirlo in quel momento, e questo fu per Lui una sofferenza esasperante.

Un uomo di Dio affermò che nelle sue sofferenze poteva affermare che queste rappresentavano “delle utilità, ma non delle soavità”, necessarie, ma non certo piacevoli. Tenete presente che il nostro Signore sopportò la prova più dura che mai sia stata concepita dal piano di Dio. Voi che riuscite a comprendere, nel vostro piccolo, cosa significhi perdere la consapevolezza dell’amore e dell’assistenza di Dio, potete immaginare, se pur lontanamente, la sofferenza del Salvatore, consapevolmente abbandonato dal Suo Dio. Per Gesù l’amore del Padre rappresentava il fondamento di ogni cosa, senza di questo, tutto sarebbe venuto meno. Niente avrebbe avuto un senso lontano dal Suo Dio, l’Iddio della Sua fiducia. Ebbene, fratelli: Dio ha veramente abbandonato il Salvatore. Essere lasciati da Dio per noi può essere una tragedia, ma per il nostro Signore l’abbandono fu ben più grave. “Come sarebbe a dire?” Qualcuno potrebbe chiedere. “Perché Egli era perfettamente santo”. Rispondo: Una rottura tra una creatura perfettamente pura e L’Iddio Santo e trino è qualcosa di sconvolgente, anormale e doloroso. Se un uomo qualsiasi, dalla natura peccaminosa si rendesse conto della sua separazione da Dio, immagino che verrebbe meno dallo sgomento. Chi è nel peccato se solo conoscesse la propria condizione davanti a Dio, non sorriderebbe mai più, almeno fino al momento di sperimentare il perdono di Dio. Ahimè, quanto siamo insensibili allo Spirito di Dio, induriti dalle brutture del peccato e incapaci di renderci conto della nostra reale condizione! Immaginate quale grande calamità deve essere stata per Cristo, il Santo, essere separato dal Dio Trino e Santo! Per Lui quella sensazione era nuova e atroce. Egli non aveva mai conosciuto simili tenebre, essendo sempre pervaso dalla meravigliosa Luce della Divinità. Pensa, se i tuoi giorni fossero costantemente e ripetutamente illuminati da una continua comunione con Dio, senza interruzioni… Non potresti affermare di vivere già in paradiso? In una condizione del genere, la separazione da Dio ti proietterebbe nello sconforto più atroce. Tenete presente che oggi il Signore ci largisce solo delle gocce della Sua presenza e malgrado ciò, la loro assenza si rivela qualcosa di distruttivo. Per il nostro Signore Gesù Cristo, il mare della continua presenza di Dio fu prosciugato in un istante… La Sua natura perfetta era stata privata della suprema comunione con Dio. Quale sofferenza! Immaginate un angelo, un Serafino allontanato da Dio! Una creatura perfetta in santità, costretta a vagare lontano dal suo Creatore! Non posso immaginare ciò, forse John Milton potrebbe rendere l’idea nel suo “Paradiso perduto”. Quell’essere puro, proiettato nella regione dell’assenza di Dio, griderebbe senza posa: “Mio Dio, mio Dio, mio Dio, dove sei?” Quale dolore per uno dei figliuoli dell’aurora! Ma il lamento che abbiamo davanti è partito da Colui che più di ogni altro era degno di godere la comunione della Divinità. Come Figlio, era in grado di comunicare con Dio molto più di un angelo. Di conseguenza l’angoscia che dovette provare è stata, in proporzione, senza possibilità di raffronto. Meditando il lamento di Gesù, percepiamo che Egli stesso non avrebbe potuto sostenere a lungo un peso simile. Dopo tre ore di silenzio, carico dei peccati di tutta l’umanità in tutta la Sua purezza e santità non avrebbe potuto sopportare più a lungo una separazione così inaccettabile e dovette esclamare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Nessuna espressione potrebbe descrivere i sentimenti di Cristo in quel momento: io stesso nel provare a farlo, mi sono sentito come un bambino che cerca di spiegarsi l’infinito, Voglio dunque ribadire il fatto di fondo in tutta la sua concretezza: il nostro Signore Gesù subì per tutti noi tutti, l’abbandono da parte del Suo Dio.

LA DOMANDA: PERCHÉ TALE SOFFERENZA?

Meditando attentamente quest’espressione, ci rendiamo conto che essa scaturisce da una angoscia estrema, un’agonia tenace che si sprigiona da un cuore divino, l’unico degno di elevare un lamento simile. Da questo particolare traiamo una lezione assai utile; abbiamo di fronte un’espressione ripresa dal Salmo 22. Questo dettaglio non ci mostra, forse, l’amore di Cristo per la Parola di Dio che Lo induce a cercare in essa una espressione adeguata al Suo dolore? Potessimo amare la Parola di Dio in modo analogo, usando le Sue parole per esprimere i nostri sentimenti, sia nella gioia che nell’avversità!

Il lamento di Gesù viene indirizzato direttamente a Dio. Il Divino, nella Sua angoscia, si appella a Colui che lo sta percuotendo, Il Suo non è un grido elevato contro Dio, ma a Dio. Possiamo trovare, in questa espressione, la Sua reale condizione di Figliuolo, amante della Parola e della preghiera perfino da agonizzante. Il Suo grido è traboccante di fede, poiché sebbene chieda: “Perché mi hai abbandonato”, dice prima di tutto: “Mio Dio, mio Dio”, In esso coesiste la certezza dell’appartenenza al Padre ed il rispetto espresso in qualità di figlio. “Mio Dio, mio Dio, io non contendo con Te: le Tue ragioni sono indiscutibili, perché Tu sei il mio Dio. Tu puoi fare ciò che vuoi ed io mi piego davanti alla Tua sovranità. Bacio la mano che mi percuote e con tutto il mio cuore grido: ‘Mio Dio, mio Dio!”‘,

Caro lettore, se ti senti sconvolto dal dolore, torna alla tua Bibbia e leggila, se la tua mente vaga, riconducila al trono della grazia e se la tua carne ed il tuo cuore stanno per venire meno grida: “Mio Dio, mio Dio”.

Ma torniamo all’interrogativo rivolto da Gesù. Sembrerebbe, a prima vista, una domanda formulata da uno scoraggiato, non irragionevole, ma al contrario troppo lucido e quindi scosso dalla drammatica realtà che stava vivendo. “Perché mi hai abbandonato?” Gesù, non ne conosceva forse il motivo? Egli lo sapeva molto bene, ma nella Sua umanità, mentre veniva schernito, flagellato, torturato, sembrò non poter comprendere la ragione di sofferenze così atroci. Egli doveva essere abbandonato, ma poteva esserci una ragione per degli spasimi così crudeli? Il Calice doveva essere amaro, ma perché gli ingredienti dovevano essere così disgustosi? Affermo questo, e credo che corrisponda al vero: l’Uomo di dolore in quel momento fu sopraffatto dall’orrore. L’anima di Cristo vero uomo, temporaneamente limitata dal tempo e dallo spazio, entrò in contatto con l’infinita giustizia del vero Dio, L’unico mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, contemplò la santità di Dio mentre portava su di Sé il peccato dell’umanità, della quale Egli aveva abbracciato la causa. Dio era con Lui e per Lui, indiscutibilmente, ma per un certo tempo, dovette ritirarsi dal Suo cospetto. Non ci sorprenda il fatto che l’anima di Cristo sia rabbrividita al contatto con l’infinita giustizia di Dio, sebbene il Suo scopo fosse proprio quello di procurare la giustizia e di glorificare il Giudice in quell’istante. Il Signore avrebbe potuto affermare con pieno titolo: “Tutte le Tue onde ed i tuoi flutti mi sono passati addosso” (Salmo 42:7). Nessuna espressione poteva rendere meglio l’idea dell’angoscia di Cristo ed Egli, nella Sua agonia, pronunciò parole che seppur piene di purezza e di sincerità, non nascondono la Sua intensa sofferenza. Nessun espressione umana può tradurre adeguatamente ciò che questa frase racchiude in sé. In queste parole possiamo notare arrendimento e determinazione. Il Signore Gesù Cristo non si stava tirando indietro. La Sua intenzione era quella di andare avanti: chi decide di dimettersi da un incarico non chiederà ulteriori spiegazioni al suo datore di lavoro. Gesù non chiese che la Sua sofferenza cessasse anzitempo, bensì ne chiese la ragione. Egli stava domandando il perché di quella angoscia che comunque avrebbe sopportato ad ogni costo, fino alla fine. Questo grido deve giungere alle nostre orecchie quale segno di profonda risoluzione e di totale arrendimento. Non pensate che a spingere Cristo a pronunciare quelle parole, sia stato il profondo stupore nel comprendere che Egli “stava facendosi peccato per noi”? Per un Essere così puro e santo, diventare una offerta per il peccato deve essere stata una esperienza sconvolgente. Il peccato si era posato su di Lui, e sebbene Egli stesso non lo avesse mai conosciuto, era trattato da colpevole, e adesso il peso dell’ingiustizia di cui si era caricato Gli stava spezzando il cuore. L’orrore della ribellione dell’uomo contro Dio Gli aveva riempito l’anima, per questo motivo Egli dovette esclamare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché devo portare su di me ciò che più di ogni altra cosa l’anima mia aborrisce? Non potete vedere il desiderio di Gesù di gettare uno sguardo sul Suo obiettivo eterno per trame motivo di gioia? Egli sapeva che l’alienazione da Dio rientrava nel piano di salvezza dell’uomo peccatore: di conseguenza Egli veniva confortato dall’idea del raggiungimento di questo obiettivo. “Egli vedrà il frutto del tormento dell’anima sua e ne sarà saziato” (Isaia 53:11). Attraverso quel “perché”, per Gesù si apriva una piccola finestra attraverso la quale Egli poteva scorgere la luce dei cieli eterni, che rischiaravano quei momenti tenebrosi. Sicuramente il nostro Signore pose enfasi su quel “perché” in modo da indurci a fare altrettanto. In questa maniera Egli ha potuto farci meditare sul glorioso “perché” del Suo dolore. Riflettete su ciò che dovette sopportare Gesù, ma non tralasciate la ragione di tutto ciò. Se non vi sarà possibile comprendere il modo nel quale le svariate sofferenze di Cristo concorsero a portarlo al termine della Sua agonia, allora includete i vostri interrogativi irrisolvibili in quel grande “perché”. Investigate questa amara espressione finché avrete vita: “Perché mi hai abbandonato?”. Dunque, possiamo azzardare che il Salvatore rivolse questa domanda non tanto per sé ma piuttosto per il nostro bene, non già per dare sollievo alla disperazione del Suo cuore, ma per farci guardare alla gioia e alla speranza che Gli stavano davanti, insostituibile conforto nell’imperversare delle sofferenze. Ricordate, per un momento, che Iddio non avrebbe mai potuto abbandonare, in senso lato, il Suo Figliuolo ubbidiente. Dio era con Lui nel grande piano della salvezza. Dio stesso deve aver guardato Gesù, con immutato amore e tenerezza. In realtà l’Unigenito Figlio di Dio non fu mai più caro al Padre dell’istante in cui si stava facendo ubbidiente fino alla morte della croce! Ma la figura di Dio, in questo momento, è quella di Giudice della terra, e la persona di Gesù, quella del Sacrificio per il peccato. Il Giudice Supremo non poteva di certo sorridere a Colui che era diventato il sostituto del colpevole. Il peccato è in abominio a Dio, e se un giorno il Suo Figliuolo, per rimuoverlo, se ne dovette caricare, non ci sorprenda il fatto che il Padre abbia dovuto interrompere la comunione con Lui. Questa fu la terribile necessità dell’espiazione, ma in fondo l’amore del Padre per il Suo Figliuolo non cessò neppure per un istante e non conobbe neppure un leggero affievolimento. La fonte dell’amore di Dio non si prosciugò, ma il suo libero sgorgare fu trattenuto solo per un attimo.

LA RISPOSTA: LA NOSTRA SALVEZZA

“Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” Il Salvatore avrebbe potuto rispondere Egli stesso alla Sua domanda. Se per un istante la Sua umanità fu turbata, in seguito la Sua mente giunse ad una chiara comprensione, poiché disse: “È compiuto”, riferendosi al compito che nella Sua agonia aveva ormai portato a termine. Perché, infine, Dio abbandonò il Suo Figliuolo? Non posso avanzare che una risposta: Egli prese il nostro posto. A Cristo non sarebbe possibile imputare alcunché: Egli fu il Perfetto e la Sua vita non conobbe alcun errore. Dio non ha mai agito senza una valida ragione e se non possiamo isolare nessun corpo d’imputazione a carico di Cristo, dobbiamo cercare la soluzione altrove. Non so come rispondano gli altri a questa domanda. Personalmente, posso rispondere soltanto con le parole di un canto:

“Tutti i dolori che Egli soffrì erano nostri. Nostre erano le pene che portava Gli spasimi che Gli straziarono l’anima Che pur con angoscia seppe sopportare. Lo credevamo condannato dal cielo E battuto dal Suo Dio, Mentre per i nostri mali Egli soffrì, Ei sanguinò, Sotto la verga del Padre.

Del tutto consenziente, il Signore Gesù soffrì come se avesse commesso le trasgressioni di cui si era caricato per amor nostro. A motivo dei nostri peccati, solo questa può essere la risposta alla domanda: “Perché mi hai abbandonato?” La Sua ubbidienza, in questo caso, fu perfetta. Egli, lasciò la gloria, venne nel mondo e sopportò il più atroce dei supplizi in piena sottomissione al Padre. Lo spirito di ubbidienza non può andare oltre il gesto di Cristo, il Quale, pur abbandonato da Dio, continuò a mostrarGli fedeltà e fiducia anche in quella situazione così tragica. Può forse l’ubbidienza più incondizionata superare una simile soglia? Neppure il soldato all’ingresso di Pompei, rimasto al posto di sentinella incurante della pioggia, di lapilli incandescenti, fu fedele al suo ideale alla stessa maniera di Cristo, il Quale rimase ubbidiente a Colui che Lo aveva abbandonato, dimostrando una lealtà perfetta e assoluta. Considerate che la particolare sofferenza del nostro Signore era necessaria e appropriata. Non era sufficiente per Gesù aver sofferto nel corpo o nella mente: Egli doveva soffrire proprio in quella particolare maniera. Doveva sperimentare l’abbandono da parte di Dio, come conseguenza necessaria del peccato che gravava su di Lui. Per un uomo, essere abbandonato da Dio è la pena che in modo diretto e inevitabilmente segue al peccato. Che cos’è la morte? “Nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai”, disse l’Eterno ad Adamo. Adamo morì fisicamente in quel giorno? Certamente no: egli visse ancora per lunghi anni, ma la morte, intesa come separazione da Dio, si concretizzò nel momento in cui mangiò, insieme alla moglie, il frutto proibito. La separazione dell’anima da Dio coincide con la morte spirituale, allo stesso modo in cui alla separazione dell’anima dal corpo corrisponde la morte fisica. Il sacrificio per il peccato avrebbe dovuto sostenere la separazione da Dio e, quindi, la morte. Tramite questo Sacrificio Supremo, sul quale si abbatte l’abbandono e la morte, ogni creatura dell’universo avrebbe compreso che Dio non può avere comunione con il peccato. Se perfino il Santo, il Giusto si trovò nell’alienazione da Dio, immaginate quale può essere la condizione dell’uomo peccatore agli occhi di Dio. Il peccato crea la spaccatura tra Dio e l’uomo e di fatti è stato in grado di separare dalla presenza di Dio Gesù Cristo stesso, Colui che si caricava dei nostri peccati.

La separazione fu necessaria anche per un altro motivo: fino a quando l’approvazione di Dio resta sull’uomo, egli non sente il peso della trasgressione. Lo sguardo benevolo del grande Giudice non poteva posarsi su Colui che era il sostituto di tutti i colpevoli. Cristo ha sofferto non solo perché ha portato su di sé il peccato, ma anche per l’effetto che esso ha provocato nei confronti di Dio. Se il Padre Lo avesse sostenuto e confortato, Egli non avrebbe sofferto per il peccato. Il sacrificio di Cristo non avrebbe avuto nessun effetto sostitutivo se Dio non avesse ritirato da Lui lo splendore della Sua presenza. Gesù fu, in tutto e per tutto, il sacrificio offerto in vece nostra. Ammirate in che maniera il Signore ha potuto adempiere con giustizia alla Sua Legge! Egli, anziché distruggere un ‘umanità colpevole, deve aver pensato: “Ecco il Mio Unigenito Figliuolo, che farà Sua la natura di queste creature così ribelli e con essa il castigo che meritano”. Quando Gesù chinò il Suo capo sotto il peso della Legge, l’universo intero fu stupefatto davanti alla perfezione del piano di Dio e della Sua infinita Giustizia. Con questo gesto l’intera creazione si è potuta rendere conto, osservando la morte del Suo diletto Figliuolo, della Sua assoluta determinazione nel voler punire il peccato. il Suo Amato ha subito il trattamento di un vero peccatore, dovendo patire il totale distacco dalla Sua presenza. In Dio l’amore infinito splende sopra ogni cosa, ma questo amore non può eclissare la Sua giustizia divina, così come la giustizia non può nascondere l’amore. Dio è Perfetto e in Cristo Gesù si riflette questa inarrivabile perfezione. Che argomento meraviglioso! Potremmo mai comprenderlo fino in fondo? Consideriamo il fatto che l’Autore della nostra salvezza fu reso perfetto attraverso la sofferenza (cfr. Ebrei 2:10). Ogni aspetto della vita terrena divenne familiare a Gesù. Immaginate se Gesù non avesse mai subito la desolazione dell’abbandono e, al contrario, un Suo discepolo avesse dovuto affrontare un simile patimento. Quest’ultimo si sarebbe rivolto al Maestro esclamando: “Signore, hai mai attraversato delle tenebre così fitte”? E Gesù: “No. Questa sofferenza mi è sconosciuta”. Potreste immaginare lo sconforto di questo martire! Una pena che neppure il Signore avrebbe potuto comprendere! Sarebbe stata una ferita immedicabile, un dolore contro il quale non ci sarebbe stato alcun valido rimedio. Ma non fu così. “In tutte le loro distrette Egli stesso fu in distretta” (Isaia 63:9). “Egli fu in ogni cosa tentato come noi, però senza peccare” (Ebrei 4:15). Per questo possiamo rallegrarci ogni qual volta ci troviamo nelle sofferenze. Davanti ai nostri occhi ci sarà sempre la profonda esperienza di Cristo Gesù, abbandonato da Dio. Questo argomento potrà ritenersi esaurito solo dopo aver svolto alcune considerazioni conclusive.

In primo luogo: appoggiamoci interamente sul Signore Gesù Cristo, lasciamo che ogni nostro peso sia Suo. Quando ci assale la consapevolezza del male compiuto non disperiamoci: ogni imputazione cade quando udiamo Gesù esclamare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” So molto bene che secondo la giustizia di Dio meriterei di essere scaraventato nell’inferno più profondo, ma non ho timore: Dio non mi abbandonerà mai, poiché Gesù è stato abbandonato al posto mio. Non soffrirò per il mio peccato, poiché Cristo lo ha fatto pienamente e interamente al posto mio. Dietro l’inespugnabile muraglia del sacrificio vicario, il peccatore è al sicuro. Questa fortezza offre rifugio a tutti i credenti, in modo che nessuna condanna possa raggiungerli. La Roccia dei secoli è stata colpita al posto nostro, e in Essa troviamo rifugio contro ogni insidia del male. In Cristo abbiamo il pieno perdono, il più grande dei sacrifici e la più completa giustificazione di fronte alla Legge; riposatevi dunque in Lui e abbiate pace, voi che avete affidato le speranze in Cristo! In secondo luogo, se qualcuno si ostina a pensare che Dio lo abbia abbandonato, possa ispirare la sua condotta all’esempio di Gesù. Se sei convinto che Dio ti abbia abbandonato non chiudere la tua Bibbia, anzi, aprila come fece il tuo Signore e cerca un testo che faccia al caso tuo. Non smettere di pregare, ma invoca il Signore, come fece Gesù, e sii più zelante del solito. Se pensi che Dio ti abbia dimenticato, non cessare di porre fede in Lui, piuttosto grida proprio come fece Gesù: “Mio Dio, mio Dio”! Forse non ti sentirai di chiamarLo “Padre”, come faceva Gesù; allora chiamalo “Dio” tuo. Fa’ che il pronome “mio” possa fare presa in te come un’ancora di salvezza. Aggrappati al tuo Dio e non naufragherai lontano dalla fede. Per quanto mi riguarda, non mi allontanerò dai piedi della croce. So bene di non potermi guadagnare il favore di Dio, ma credo che Egli rimarrà fedele al patto stipulato col Suo Figliuolo, suggellato sulla base dell’immutabilità delle Sue promesse e tramite il sangue di Cristo Gesù. Chi crede in Lui ha vita eterna! Su questo fondamento posso stare al sicuro. So che non dovrò sostare alle porte del cielo, poiché esse non verranno chiuse davanti a un’anima che ha accettato Gesù. Il Figliuolo di Dio ha detto: “Colui che viene a me io non lo caccerò fuori”,

A questo punto si impone un’ultima riflessione: aborriamo il peccato che ha causato tante sofferenze al nostro amato Signore, il peccato è qualcosa di maledetto: esso ha condotto alla croce il nostro Signore Gesù! Te ne farai beffe? Andrai a trascorrere una nottata in libertà per gustare del peccato una rappresentazione quanto mai concreta? Reputerai il peccato alla stregua di un boccone invitante? Sarà un boccone saporito da tenere sotto la lingua anche quando ti recherai ad adorare il Signore? Se un mio caro amico venisse assassinato, cosa pensereste di me se custodissi con cura il coltello che lo ha ucciso, ancora intriso di sangue? Cosa pensereste di me se diventassi amico di colui lo ha trucidato e mi associassi all’assassino che ha pugnalato al cuore il mio più caro amico? Pensereste a ragione che sono un suo complice! Ebbene, il peccato ha ucciso Gesù: sarai un suo fiancheggiatore? Il peccato ha trafitto il cuore del nostro Signore: potrai schierarti dalla sua parte? Che io possa trovare un abisso profondo quanto la sofferenza di Cristo e scaraventarvi il pugnale del peccato affinché non possa colpire ancora una volta! Vattene, o peccato! Vattene, perché tu sei bandito da ogni cuore in cui regna Gesù! Tu hai crocifisso il mio Signore, e lo hai indotto a gridare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Se conoscete voi stessi e l’amore di Cristo, potrete dichiarare con forza di non voler mai più ospitare il peccato nella vostra vita. Sarete indignati per il peccato e griderete:

“Il più caro idolo che conosco Qualunque esso sia, Signore, lo getterò via E adorerò solo Te!”

A questo punto il nostro discorso sembra giunto ad una conclusione soddisfacente. Il Signore Gesù Cristo che ha sofferto per voi, possa benedirvi e dalle tenebre che un giorno lo coprirono possa sorgere la luce in grado di rischiarare le vostre anime. by C. H. Spurgeon

di God bless you " Non deviare dal Mio sentiero " Inviato su Sermoni vari

IL RITRATTO DEL CRISTIANO

IL RITRATTO DEL CRISTIANO

Vengono le difficoltà , tempeste di prove, ed egli può sfidare la tempesta dicendo: “Noi sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio” (Rom. 8:28).
 Se gli muoiono dei figli o il coniuge è condotto alla tomba, può ripetere: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore” (Giob. 1:21).
 Quando la terra è improduttiva e il raccolto viene meno; il futuro della sua attività  è dubbio e tutto sembra disastroso e magari cade in povertà , dirà  ancora: “…il fico fiorirà , non ci sarà più frutto nelle vigne, il prodotto dell’ulivo fallirà , i campi non daran più cibo, i greggi verranno a mancare negli ovili, e non ci saran più buoi nelle stalle; ma io mi rallegrerà nell’Eterno, esulterà nell’Iddio della mia salvezza” (Abac. 3:17).
  L’incontrerete poi su un letto, infermo, e anche lì vi dirà : “E’ stato un bene per me l’essere afflitto… Prima che io fossi afflitto, andavo errando, ma ora osservo la Tua parola” (Salmo 119:71,67).
  Quando, alla fine, si avvicinerà alla valle buia dell’ombra della morte, lo sentirete mormorare: “Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, non temerei male alcuno, perché Tu sei con me; il Tuo bastone e la Tua verga son quelli che mi consolano” (Salmo 23:4).
  Ora vi chiedo, cos’è che rende quest’uomo calmo in mezzo alle difficoltà  e ai travagli personali, non è forse lo Spirito di Dio? Oh voi che dubitate dell’influenza dello Spirito Santo, provate a vivere come essi vivono, e se potrete dimostrare la stessa calma, la stessa gioia serena, la stessa fiducia incontrollabile che tutte le cose cooperano al bene, allora potrete prendervi la libertÃà di fare a meno, ma non prima, dell’intervento dello Spirito Santo. L’esperienza nobile ed alta del cristiano in tempo di travaglio è un’evidenza della manifestazione dell’opera dello Spirito Santo. by C. H. Spurgeon

di God bless you " Non deviare dal Mio sentiero " Inviato su Sermoni vari

UN VASO ADATTO AL SERVIZIO DEL MAESTRO

UN VASO ADATTO AL SERVIZIO DEL MAESTRO

“La parola che fu rivolta a Geremia da parte dell’Eterno, in questi termini: “Levati, scendi in casa del vasaio, e quivi ti farò udire le mie parole”. Allora io scesi in casa del vasaio, ed ecco egli stava lavorando alla ruota; e il vaso che faceva si guastò, come succede all’argilla in man del vasaio, ed egli da capo ne fece un altro vaso come a lui parve bene di farlo. E la parola dell’Eterno mi fu rivolta in questi termini: O casa d’Israele, non posso io far di voi quello che fa questo vasaio?, dice l’Eterno. Ecco, quel che l’argilla è in mano al vasaio, voi lo siete in mano mia, o casa d’Israele!” (Geremia 18:1-6).

L’uomo è stato creato dalla polvere della terra. Ho osservato il lavoro dei vasai e per me è stato motivo di grande insegnamento. L’argilla non può far nulla e non ha alcun valore.
Siamo soltanto argilla e non possiamo nulla da noi stessi. Soltanto il Vasaio può fare di noi ciò che dobbiamo essere; soltanto Gesù può salvare la tua vita per farti ciò che a Lui è maggiormente gradito. Quell’argilla deve essere estratta e trasportata nella casa del vasaio; se il vasaio vuole lavorarla, deve prima procurarsela. L’argilla è informe, non ha nulla di attraente… senza Gesù siamo privi di qualsiasi bellezza! Egli però scava; nell’argilla si possono trovare anche sassi o altri elementi che fanno parte del terreno, come radici di piante, ecc., ed è proprio per questa ragione che il vasaio la porta a casa. Vi sono tanti cristiani che non vogliono raggiungere la casa del vasaio, preferiscono restare argilla e basta: “Non scavare in me, non togliermi quelle pietre”, ma Dio ha un progetto per l’argilla. Perciò la porta in casa e la prima cosa che fa la lava: noi credenti non siamo purificati finché non veniamo lavati con il sangue di Gesù. Non puoi soltanto desiderare di diventare un bel vaso, ma potrai esserlo prima di tutto perchè sei stato lavato con il sangue di Gesù. Dopo averla lavata, il vasaio prende l’argilla, la solleva e la scaglia a terra ripetutamente. Così dice il Signore a Geremia: “Guarda come fa il vasaio, fammi fare lo stesso con te!” Perché il vasaio si comporta così? Perché getta l’argilla a terra? In questo modo si disperde tutta l’aria, perché se c’è dell’aria nell’argilla, ovvero nei credenti tutto ciò che non ha valore ed è nocivo, non si potrà mai trarne un vaso. Infatti, una volta posto nel forno, tutti questi vuoti d’aria esplodono e il vaso va in frantumi. Perciò, deve uscire tutto da noi, tutto ciò che appartiene al nostro “io”. Dobbiamo fare molta attenzione agli inutili vuoti d’aria.
Ricordo di aver visto un meraviglioso elefante scolpito nel granito. Un giorno ho incontrato un uomo che aveva conosciuto l’autore di quell’opera stupenda e mi ha raccontato che una volta un visitatore entrò nello studio dello scultore per ringraziarlo di aver fatto un’opera così bella. In quella occasione gli chiese: “Come è possibile ricavare una figura così perfetta da un blocco di granito?”. Lo scultore gli rispose: “Prendi lo scalpello e il martello, vieni qui, vicino a questo blocco di pietra e ti mostrerò come si scolpisce un elefante”. Il visitatore prese il martello con lo scalpello e si avvicinò al marmo e disse: “Cosa debbo fare ora?” , e lo scultore gli rispose: “Togli da quel pezzo di granito tutto quello che non sembra un elefante!”. Finchè non abbandoniamo tutto quello che non assomiglia a Gesù non saremo mai un vaso adatto per l’uso del Maestro. Signore aiutaci, spezzaci, modificaci, formaci, fa tutto ciò che vuoi con ciascuno di noi, ma usaci! Vogliamo essere vasi adatti al servizio del Maestro, ma se vogliamo esserlo dobbiamo permettere al Vasaio di lavorarci.

Il vaso sulla ruota

Dopo averla lavata e liberata da tutta l’aria, allora il vasaio mette l’argilla sulla ruota, che comincia a girare, perché l’argilla non può essere assolutamente lavorata se la ruota non gira. Questo è il nostro problema! Non ci piace stare sulla ruota, ci fa male. Qualche volta il vaso si frantuma e il vasaio lo mette di nuovo sulla ruota perché è determinato a farne un’opera adatta per l’uso a cui è destinata. Molti desiderano essere usati da Dio, ma non vogliono rimanere sulla ruota, non vogliono essere formati e non possono diventare ciò che Dio vuole finché non sono disposti a restare sulla ruota.. Oggi c’è la tendenza ad andare in chiesa per cantare, per pregare, ma non per restare sulla ruota. Se non si rimane sulla ruota il canto svanirà, il desiderio di pregare verrà meno e dobbiamo fare molta attenzione che non ci rechiamo in chiesa soltanto per abitudine. Ogni volta che frequentiamo la riunione di culto e lo Spirito Santo interviene siamo sulla ruota, perché vuole renderci dei vasi migliori, perché ci ama! Non è facile restare sulla ruota, fa male, “fa girare la testa”. Quando scendiamo dalla ruota pensiamo: “Adesso finalmente tutto è passato!”. Quando si diventa più anziani si pensa di conoscere tutte le soluzioni. Ho i capelli bianchi, ho predicato per tanti anni, ho viaggiato su tutte le strade, son passato per la giungla, ho attraversato i deserti, ho scalato montagne e penso che ormai tutto sia concluso. Ma non è così! Negli ultimi due anni, mia moglie ed io, abbiamo affrontato la tempesta, la più grave della nostra vita. Siamo stati grandemente provati: non arriva mai il momento in cui si può scendere dalla ruota! Quel pochino di fede è stata affinata: non si scende mai dalla ruota del Signore perché dobbiamo essere adatti per l’uso del Maestro!

Il vaso nel forno

Quando il vaso è tolto dalla ruota, è messo poi nel forno, nella fornace, in mezzo al fuoco, e quando il vasaio li mette nel forno, i vasi non si possono toccare l’uno con l’altro, debbono restare separati. Dio non vuole che ci disintegriamo nel fuoco. Purtroppo, sovente vedo qualcuno che si frantuma perché non comprende che nel fuoco bisogna rimanere soli.
Mia madre aveva ventinove anni e rimase vedova con sei bambini durante il periodo della grande depressione americana. Non aveva nessuno che l’aiutasse, era una vedova senza speranza, praticamente sul lastrico, e per anni attese “sulle sue ginocchia”, in silenziosa preghiera. Tornavamo a casa alle due del mattino, non eravamo ancora convertiti al Signore, pian piano salivamo i gradini e arrivavamo vicino alla sua stanza sperando che stesse dormendo, ma ogni volta la sentivamo pregare: “O Dio, abbi misericordia dei miei figli, falli dei vasi adatti per l’uso del Maestro!”. Andavamo a letto e ci sentivamo come Giuda Iscariota. Ma mia madre continuò a pregare per i suoi figli. Ricordo la sera che il Signore mi salvò, perfino quella sera non volevo, ma lei continuava a pregare: mia madre era rimasta sulla ruota! Non ha mai potuto disporre di un anello con brillante, non ha mai indossato un vestito di seta, se voleva accarezzarci doveva tirar fuori dall’acqua le sue mani da lavandaia; lavorava giorno e notte, ma era un vaso adatto per l’uso del Maestro! Rimase sulla ruota, da sola passò attraverso il fuoco, ma visse per vedere i suoi figli andare a piantare “la croce di Cristo” lontano nel mondo!
Rimanete sulla ruota, siate disposti a passare anche attraverso il fuoco, ma alla fine siate un vaso adatto per l’uso del Maestro! Mia madre visse fino a tardissima età, l’ho seppellita due anni fa (1988). Gli ultimi tre anni non mi riconosceva più, entravo e mi chiedeva: “Chi sei?”. “Sono Carlo”. “Carlo è morto”, rispondeva. Io piangevo, per tre anni sono andato a visitarla per starle vicino e dirle soltanto: “Ti amo mamma”, mi guardava per un po’ e mi diceva: “Anch’io ti amo… ma ti chi sei?”. E questo mi avviliva. Quando morì, una delle inquiline della casa dove abitava mi disse: “Signor Greenaway, sua madre era una donna eccezionale, quando si arriva ad essere anziani come lei si dicono cose incomprensibili, si fanno cose inspiegabili, ma sua madre non era così. La Bibbia era sempre lì, sul suo comodino, accanto a lei, nei momenti di lucidità , che duravano forse venti minuti, afferrava la Bibbia e cominciava a leggere e a parlare delle cose di Dio, e tutte le ricoverate anziane si accomodavano attorno a lei e dopo venti minuti si guardava intorno e si domandava cosa facesse tutta quella gente. Signor Greenaway, sono certa che almeno cinque donne sono in cielo col Signore perché sua madre le ha condotte a Cristo in quei momenti di lucidità” Dio è fedele!
Mio fratello è cresciuto in chiesa, suonava la tromba nell’orchestra. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale fu chiamato alle armi, affrontò la guerra ma una volta finita non è mai più entrato in chiesa. Quello che cerco di dirvi è che la ruota è sempre lì, attuale com’è attuale il fuoco del forno, ma il Maestro, il sommo Vasaio dice ancora: “Cosa posso fare con te, non posso forse fare quello che il vasaio fa a questo vaso?”. Abbiamo pregato per mio fratello. Intanto si è sposato, ha avuto quattro figli che non hanno mai varcato la soglia di una chiesa. Chiamavo mia madre e le domandavo: “Che ne pensi di Melvin?”, ella rispondeva: “Mio figlio tornerà  al Signore”. “Come lo sai mamma?”. “Dio è fedele”, era la risposta. Non ho mai smesso di credere che basta essere un vaso nelle mani di Dio! Soltanto Dio può farci il vaso che vuole che siamo.
Puoi andare a scuola, essere brillante, intraprendere una promettente carriera, ma non sarai mai un vaso ad onore finche non sarai disposto a lasciarti formare dalle Sue stesse mani. Sommo vasaio cosa vuoi fare di me? Mettimi sulla ruota, spezzami, piegami, formami, ma fa che io sia un vaso adatto per il Tuo servizio. Passarono diciassette anni e mio fratello non era ancora tornato al Signore, mia madre diceva: “Ce la farò ”. Ricordo che un giorno, mentre lasciavo l’ufficio, mi dissero che c’era una telefonata per me. All’altro capo del filo una voce mi comunicò: “Tuo fratello è morto stamattina”. Piansi ma non per me, non piangevo neanche per lui, era troppo tardi, ma piangevo per mia madre, uno dei vasi di Dio che aveva creduto che quel ragazzo sarebbe tornato al Signore ed ora invece era morto. Dovevo partire per l’Europa la sera stessa, ma desideravo vedere mio fratello. Presi l’aereo e mi recai a Boston; noleggiai un’automobile e mi diressi verso la camera mortuaria; entrai, lo baciai piangendo. Poi sentii che qualcuno mi si era avvicinato, era sua moglie che mi disse: “Carlo, vieni, siediti accanto a me, voglio raccontarti qualcosa, forse ti consolerà . Non capisco nulla di queste cose, ma ieri sera quando stava per coricarsi, Melvin ha baciato i bambini poi è entrato in camera. Si è messo in ginocchio, vicino al letto, e ha cominciato a fare qualcosa che non sapevo facesse: ha alzato le mani verso il cielo iniziando a pregare mentre le lagrime scorrevano sul suo viso. La cosa strana è che tuo fratello ha cominciato a pregare in una lingua che non conoscevo”.

Quel ragazzo era tornato al “calvario”, era tornato all’”alto solaio”. Alcune ore dopo aveva preso l’automobile, l’aveva messa in moto e in un istante aveva reclinato il capo sul volante. Dio è fedele! Rimani sulla ruota! Passa pure attraverso il fuoco, lascia che Egli ti formi e ti renda un vaso che possa essere usato da Lui! by Charles E. Greenaway. Da  ”Scebna e l’uso delle chiavi”. by  Adi-Media

di God bless you " Non deviare dal Mio sentiero " Inviato su Sermoni vari

DOVE SEI?

DOVE SEI?

La primissima cosa che accadde quando fu giunta in cielo la notizia della caduta dell’uomo, fu che Dio discese alla ricerca del perduto. Mentre Egli cammina attraverso il giardino nella brezza del giorno lo sentiamo chiamare: “Adamo! Adamo! Dove sei?”. Era la voce della grazia, della misericordia, e dell’amore. Dal momento che era Adamo il trasgressore, avrebbe dovuto essere lui a cercare Dio. Essendo caduto, avrebbe dovuto cercare in tutto Eden gridando: “Dio mio! Dio mio! Dove sei?”. Ma invece fu Dio a lasciare i cieli per cercare nell’oscurità del mondo il ribelle che era caduto – non per cancellarlo dalla faccia della terra, ma per trovare per lui un modo di sottrarlo alla miseria del suo peccato. E infine lo trova – dove? Tra i cespugli del giardino, mentre cerca di nascondersi dal suo Creatore.

Nel momento in cui si interrompe la comunione tra l’uomo e Dio, anche se l’uomo in questione dichiara di essere un figlio di Dio, egli cerca di nascondersi da Lui. Quando Dio lasciò Adamo nel giardino, questi era in comunione col suo Creatore, e Dio parlava con lui; ma in seguito alla sua caduta, Adamo non desiderava vedere il suo Creatore, avendo perso la comunione con Lui. Non può sopportare di vedere Dio, e neppure di pensare a Lui, e così scappa via per nascondersi da Dio. Ma il suo Creatore cerca l’uomo, diretto al suo nascondiglio. “Dove sei, Adamo? Dove sei?”.

Sono passati 6.000 anni e questo testo è giunto di era in era fino a noi. Dubito che tra gli uomini, figli di Adamo, ci sia qualcuno che non ha mai sentito in qualche periodo della sua vita – talvolta nell’ora più buia – “Dove mi trovo? Chi sono? Dove sto andando? E quale sarà la fine di tutto questo?”. Penso sia una buona cosa per l’uomo fermarsi e porsi questa domanda. Vorrei che ve lo chiedeste voi tutti, tanto i piccoli quanto gli anziani. Non vi dico di chiedervi dove vi trovate rispetto al vostro prossimo; non vi chiedo dove vi trovate rispetto ai vostri amici, o rispetto alla comunità dove vivete. Ha ben poca importanza sapere dove siamo agli occhi degli altri, o sapere cosa essi pensano di noi; ma è di grandissima importanza conoscere cosa Dio pensa di noi – sapere dove ci troviamo agli occhi di Dio; è questa la domanda che dobbiamo porci adesso. Sono io in comunione col mio Creatore, o sono al di fuori di questa comunione? Se non sono in comunione con Lui, non ho pace, né gioia, né felicità durevole. Nessun uomo sulla faccia della terra, che non sia in comunione col suo Creatore, può aver mai conosciuto cosa siano la pace, e la gioia, e la felicità, e il vero conforto. Egli è del tutto estraneo a queste cose. Ma quando siamo in comunione con Dio, la Sua luce illumina il sentiero della nostra vita. Ponetevi dunque questa domanda. Non pensiate che io stia predicando ai vostri vicini, ma ricordate che sto cercando di parlare proprio a voi, a ciascuno di voi singolarmente. Fu la prima domanda posta all’uomo dopo la sua caduta, e Dio aveva un auditorio tutt’altro che vasto – solo Adamo e sua moglie. Ma era Dio a predicare; e sebbene essi cercassero di nascondersi, le parole li raggiunsero ugualmente. Lasciate che raggiungano anche voi. Potete pensare che la vostra vita sia nascosta, che Dio non sappia nulla di voi. Ma Egli conosce le nostre vite molto meglio di quando noi crediamo di conoscerle; e i Suoi occhi sono sopra di noi fin dalla nostra più tenera infanzia e fino ad oggi.

“Dove sei?”. Preferisco distinguere coloro che mi stanno ascoltando in tre categorie: i Cristiani professanti, i cristiani caduti, e gli empi.

Prima di tutto, vorrei porre una domanda ai Cristiani professanti, o meglio, lasciare che sia Dio a porgliela: Dove siete?
Qual è la vostra condotta nella chiesa, e tra i vostri conoscenti? I vostri amici riconoscono che appartenete completamente al Signore? Potete essere Cristiani professanti da venti, forse trenta, o anche quarant’anni. Bene, ma dove siete stasera? State procedendo in avanti verso il cielo? E potete rendere conto della speranza che è in voi? Supponete che io ora chieda ai Cristiani professanti presenti in questo luogo di alzarsi in piedi; vi vergognereste di alzarvi? Supponete che io chieda a ognuno che qui si professa figlio di Dio, “Se la morte tagliasse il filo della tua vita adesso, hai buone ragioni di credere che saresti salvato?”. Riusciresti a stare in piedi davanti a Dio e agli uomini, e a dire che hai un buon motivo di credere che sei passato dalla morte alla vita? O ti vergogneresti? Ritorna con la mente agli anni passati: sarebbe coerente che tu dicessi “Sono un Cristiano”? La tua vita coincide con la tua professione di fede? Non si tratta tanto di quello che diciamo, ma di come viviamo. Le azioni parlano più chiaramente delle parole. I tuoi colleghi sanno che sei un Cristiano? La tua famiglia lo sa? Sanno che ti sei dato completamente al Signore? Ogni Cristiano che si professa tale si chieda, “Dove mi trovo agli occhi di Dio? Il mio cuore è fedele al Re del cielo? La mia vita di tutti i giorni è coerente con quella che vivo nella chiesa del Signore? Sono una luce in questo mondo di tenebre?”. Cristo dice, “Voi siete Miei testimoni”. Egli era la Luce del mondo, e il mondo non ha voluto ricevere la vera Luce; il mondo si è ribellato contro di essa, e ora Cristo dice, “Vi lascio in questo mondo perché testimoniate di Me; vi lascio qui perché mi siate testimoni”. Questo si intende quando si dice che i Cristiani devono essere epistole viventi, conosciute e lette da tutti gli uomini. Allora, la mia vita testimonia di Cristo come dovrebbe in questo mondo di tenebre? Se un uomo è per Dio, abbandoni le cose del mondo e si metta a servizio del Signore; e se invece è per il mondo, rimanga nel mondo. Questo servire Dio e il mondo allo stesso tempo – questo stare da entrambe le parti contemporaneamente – è la maledizione della Cristianità presente. Essa ritarda più di qualunque altra cosa il progresso del Cristianesimo. “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua”.

Ho sentito di tante persone che pensano che far parte della chiesa, e aver fatto una professione di fede, basti per il resto dei loro giorni. Ma c’è una croce che tutti noi dobbiamo portare ogni giorno. Oh, figli di Dio, dove vi trovate? Se Dio vi apparisse stanotte nella vostra camera da letto e vi facesse questa domanda, cosa rispondereste? Credete di poter dire con sincerità: “Signore, ti sto servendo con tutto il mio cuore e con tutta la mia forza; sto facendo fruttare i talenti che mi hai dato e mi sto preparando per il Tuo Regno che sta per venire”? Quando mi trovavo in Inghilterra nel 1867, a Londra, c’era un mercante che veniva da Dublino, e stava parlando con un uomo d’affari; quando mi avvicinai, questi mi presentò al mercante. Alludendo a me, quest’ultimo disse al primo: “Questo giovane si è dato completamente a Cristo?” Queste parole bruciarono nella mia anima. Significa molto darsi del tutto a Cristo; ma è quello che dovrebbero fare tutti i Cristiani, e se lo facessero la loro influenza ben presto si sentirebbe nel mondo; se, cioè, i credenti non si nascondessero e facessero sentire la loro voce in ogni occasione. Come ho detto prima, ci sono molti nelle chiese che fanno una dichiarazione di fede, e quella è l’ultima cosa che senti di loro; e quando muoiono devi andare a leggere in qualche vecchio e polveroso registro di chiesa per sapere se erano Cristiani o no. Credo che quando Daniele morì, tutti gli uomini di Babilonia sapessero chi egli avesse servito durante la sua vita. Non avevano bisogno di informarsi leggendo registri. La sua vita testimoniava con i fatti la professione di fede che aveva fatto. Ciò di cui abbiamo bisogno sono credenti che abbiano un po’ di coraggio per difendere la causa di Cristo. Quando la Cristianità si sveglia, e ogni credente che appartiene al Signore è disposto a prendere posizione per Lui, è disposto a lavorare per Lui, e, se fosse necessario, è disposto a morire per Lui, solo allora la Cristianità avanzerà, e vedremo prosperare l’opera del Signore. C’è una cosa che temo più di ogni altra, ed è vedere quel freddo formalismo nella chiesa di Dio. Tra tutte le cattive abitudini, non c’è niente di tanto pericoloso per la chiesa quanto un morto, freddo formalismo, che è giunto fin dentro il cuore della chiesa. Ci sono così tanti fra noi che dormono e sonnecchiano mentre le anime intorno a noi e in ogni parte del mondo stanno morendo! Onestamente, credo che noi Cristiani professanti, spiritualmente parlando, siamo tutti mezzi assonnati. Alcuni di noi stanno iniziando a strofinarsi gli occhi per riuscire a tenerli mezzi aperti, ma nell’insieme stiamo dormendo.

C’era una breve storia sulla stampa americana che mi è rimasta molto impressa come genitore. Una domenica, un padre portò il suo figlioletto nei campi, e, essendo una giornata calda, si stese sotto un bellissimo albero ombroso. Il figlioletto correva avanti e indietro raccogliendo fiori di campo e piccoli steli d’erba, e tornando da suo padre diceva: “Bello! Bello!”. Dopo un po’, il padre si addormentò, e mentre dormiva il bambino si allontanò. Quando l’uomo si fu svegliato, il suo primo pensiero fu: “Dov’è mio figlio?”. Guardò ovunque, ma non lo vide. Lo chiamò gridando con tutta la voce che aveva, ma poté sentire solo l’eco della sua voce. Corse sulla sommità di una collinetta, si guardò intorno e gridò ancora. Nessuna risposta! Allora si diresse verso un precipizio poco distante, guardò giù, e lì, tra le rocce e i fiori selvatici, vide il corpo lacerato del suo amato figlioletto. L’uomo corse in fretta sul posto, prese quel corpicino senza vita e lo strinse a sé, accusando se stesso della morte del suo bambino. Mentre lui dormiva, il piccolo era caduto dal precipizio. Nell’apprendere questa storia, pensai a quanto essa assomigli alla condizione della chiesa di Dio!

Quanti padri e madri, quanti Cristiani, stanno dormendo ora, mentre i loro figli vagano verso il terribile precipizio delle profondità infernali! Padri, dove sono i vostri figli stasera? Forse saranno solo in qualche luogo di ritrovo pubblico, oppure per strada, o si stanno incamminando verso la tomba ubriacandosi. Madri, dove sono i vostri figli? Forse in un locale dove stanno distruggendo la loro anima – gettando via tutto ciò che c’è di caro e sacro per loro? Sapete dove si trova vostro figlio adesso? Padre, puoi essere stato un Cristiano professante per quarant’anni; dove sono i tuoi figli stasera? Hai vissuto in modo tanto devoto, tanto simile a Cristo, da poter dire “Seguite me come io ho seguito Cristo”? Quei figli stanno camminando nella luce, verso la gloria del Signore? Sono stati raccolti nel gregge di Cristo, e i loro nomi sono stati scritti nel Libro della Vita dell’Agnello? Quanti padri e quante madri oggi sono in grado di rispondere? Vi siete mai fermati a pensare che la colpa possa essere vostra, e che non siete stati fedeli verso i vostri figli? Potete essere certi che fintanto che la chiesa continuerà a vivere come il mondo, non potremo aspettarci di vedere i nostri figli darsi a Cristo. Vieni, O Signore, e sveglia ogni madre, e possa ognuno di noi genitori sentire il valore delle anime dei figli che Dio ci ha donati. Possano essi nella loro vecchiaia non dover temere la morte, ma siano piuttosto una benedizione per la chiesa e per il mondo.

Non molto tempo fa la sola figlia di un mio amico agiato si è ammalata ed è morta. Il padre e la madre rimasero al suo capezzale mentre ella moriva. L’uomo aveva passato tutta la vita ad accumulare beni per lei; le aveva fatto conoscere il fior fiore della società; ma non le aveva insegnato nulla di Cristo. Quando la ragazza giunse a un passo dalla morte, disse: “Aiutatemi; è molto buio, e sento un gelo terribile”. I genitori si strinsero le mani angosciati, ma non potevano fare nulla per lei; e la povera ragazza morì nell’oscurità e nella disperazione. Cosa potevano fare per loro i beni e le ricchezze? E voi, madri e padri, state facendo la stessa cosa oggi, ignorando l’opera che Dio vi ha dato da compiere. Vi supplico, dunque, ciascuno di voi inizi a lavorare adesso per le anime dei vostri figli!

Qualche tempo fa, c’era un giovane, morente, e sua madre pensava che egli fosse Cristiano. Un giorno, passando accanto alla sua stanza, lo sentì dire: “Perduto! Perduto! Perduto!”. La madre corse nella stanza e gridò: “Figlio mio, è possibile che tu abbia perso la tua speranza in Cristo, ora che stai morendo?” “No, madre, non è questo; so che c’è una vita dopo la morte, ma io ho perso la mia vita. Ho vissuto ventiquattro anni, e non ho fatto nulla per il Figlio di Dio, e ora sto morendo. Ho vissuto la mia vita per me stesso; ho vissuto per questo mondo, e solo ora che sto morendo, mi sono dato a Cristo; ma la mia vita è perduta”. Non si potrebbe dire di molti di noi, che se dovessimo essere chiamati a partire da questo mondo, le nostre vite sono state quasi un fallimento – forse un intero fallimento se consideriamo il nostro compito di far conoscere Cristo agli altri uomini del mondo? Giovani donne! State lavorando per il Figlio di Dio? State cercando di portare a lui le anime di qualche peccatore? Avete cercato di convincere qualche amico o compagno affinché i loro nomi siano scritti nel Libro della Vita del Signore? O preferite dire, “Perduto! Perduto! Molti anni sono passati da quando sono diventato un figlio di Dio, e non ho mai avuto il privilegio di portare anime a Cristo”? Se c’è qualcuno che si professa figlio di Dio che non ha mai avuto la gioia di portare anche solo un’anima nel regno di Dio, oh! Che ricominci daccapo. Non esiste un privilegio maggiore sulla terra. E io credo, amici miei, che non ci sia stato un periodo, almeno ai nostri giorni, in cui l’opera per Cristo sia più necessaria di adesso. Non credo che ci sia mai stato nei vostri o nei miei giorni un momento in cui lo Spirito di Dio sia stato sparso maggiormente sul mondo. Non c’è parte della Cristianità dove il lavoro non viene portato avanti; e sembra che nuove notizie liete stiano arrivando da ogni parte del mondo. Non è dunque il momento per la chiesa di Dio di svegliarsi e venire tutti insieme come un uomo solo ad aiutare il Signore, e sforzarci per scacciare quelle orde infernali di morte che vagano per le nostre strade e che portano sul loro petto quanto di più nobile e di meglio abbiamo? Oh, possa Dio svegliare la chiesa dei credenti! Abbandoniamo i piaceri del mondo, e andiamo avanti e lavoriamo per il Regno del Suo Figliuolo. by D. L. Moody

di God bless you " Non deviare dal Mio sentiero " Inviato su Sermoni vari